<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-12379006</id><updated>2011-11-23T15:11:26.270-08:00</updated><title type='text'>you are what you it</title><subtitle type='html'></subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://indie-ssolvenza.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://indie-ssolvenza.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>colas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01770508510427584088</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>21</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-12379006.post-116678113801659412</id><published>2006-12-22T01:51:00.000-08:00</published><updated>2006-12-22T02:05:32.080-08:00</updated><title type='text'>Lettera di Marino Severini a Barbara Santi (Rumore)</title><content type='html'>&lt;p style="color: rgb(255, 255, 255);" align="justify"&gt;&lt;span style=";font-family:Arial;font-size:100%;"  &gt;Cara    signorina Santi, soltanto oggi ho potuto leggere la sua recensione    riguardo al nostro lavoro "Il seme e la speranza", dopo mesi dalla sua    pubblicazione apparsa su Rumore. Ne avevo sentito parlare durante il    "giro" estivo su e giù per il paese da amici e conoscenti sempre    imbarazzati e incazzati rispetto allo "stile" da lei usato in questa    occasione, ma solo oggi ho potuto leggere direttamente questa sua    "alzata d'ingegno", poiché negli ultimi mesi non ho seguito affatto    quanto è stato pubblicato sulla stampa specializzata a proposito del    nostro lavoro; come dire avevo altri cazzi... Quindi se fino ad ora    signorina se l'è cavata, adesso è tempo che se la veda con me per questa    sua bravata. La invito perciò a rileggere quella sua recensione (?)    tanto per rivedere il tono e le parole da lei usate in proposito. Tutto    ciò non mi adira o meglio non mi fa incazzare ma è per una questione di    principio e di rispetto nei miei confronti e nei confronti del gruppo,    di tutti quelli che hanno partecipato al progetto (che sono un centinaio    di persone) e nei confronti del mio lavoro e della cultura alla quale    esso appartiene che le dico cara signorina Santi che il suo è uno sputo    non una recensione. Uno sputo però che gli ritorna in faccia poiché    trova il vento contrario. Le dico subito che questo suo "stile" burino,    arrogante e strafottente non se lo può permettere nei miei confronti.    Assolutamente. Se gli altri sono disponibili a subirlo mi dispiace per    loro, ma può stare più che certa che io non lo sono, questo suo tono non    lo accetto proprio. Lei si merita una bella lezione di rispetto e di    educazione per prima cosa, ma dovrebbe dargliela sua madre con un sonoro    schiaffo come si fa coni bambini viziati e strafottenti; se non l'ha    fatto ancora si vede che ha avuto altro da fare anziché insegnare    l'educazione a sua figlia... Male molto male. Lei può sentirsi pure    sicura e protetta dentro il suo "fortino" e accanto ai suoi "padrini" ma    qui signorina siamo fuori dalle mura, in campo aperto, nell'Accampamento    che precede l'Assedio. Qui sono altre le regole, i linguaggi, i    principi, i valori, qui non ci si ripara dietro a nessuno e non si    nasconde la propria ignoranza con uno stile alla Sgarbi e compagnia    bella. Perchè, questa invece è una lezione che posso darle, lei    signorina oltre che essere una povera stronza è assolutamente ignorante    rispetto al ruolo che dice di rivestire, quello di recensore, per non    dire di giornalista specializzato o di critico. Ma a lei chi ce l'ha    messa lì dove sta? Come ci è arrivata? E comunque la sua ignoranza non    scusa il suo atteggiamento né giustifica la sua arroganza. E visto che    lei è proprio tonta mi permetto di aiutarla a fare meglio il suo lavoro    per il quale spero che non ci sia uno tonto più di lei che la paga per    ciò che scrive e per come lo scrive.&lt;br /&gt;Allora signorina Santi la informo innanzi tutto che c'è una scuola di    critica culturale, una tradizione, un impianto critico fondamentale che    storicamente passa per Alan Lomax (che non è un cartone animato...) per    Carpitella e va fino all'Istituto De Martino, al Circolo Gianni Bosio,    ai "Giorni Cantati" e se proprio vogliamo allungare la strada arriviamo    al Buscadero e al Mucchio Selvaggio... E' sulla base di questa    esperienza critica che il mio lavoro signorina va rapportato, criticato    e analizzato al fine di dire se ciò che è stato fatto va nella direzione    giusta oppure no, anche quando può entrare in conflitto con la "strada    principale". Forse pensa che basterebbe tradurre di sana pianta qualche    pagina di Sound o Melody Maker o peggio ancora Rolling Stones per    incoronarsi critico musicale.? Lei signorina come può giudicare un mio    lavoro? Sulla base di quali argomentazioni? Sulla base di quale Scuola    di Critica Culturale? Lei quale metro usa? Quali sono i contorni o    meglio la "cornice del quadro" che lei sta prendendo in esame? Lei non    lo sa perché è ignorante e peggio ancora non lo ammette perché è    arrogante e vanitosa. Ciò che non conosce la "disturba" e ciò le basta;    ma lei non è semplicemente un'ascoltatrice, lei si permette di salire    sulla cattedra del recensore (?). Scenda allora perchè non ho finito. O    forse si sente un critico musicale per ispirazione? Ma questo riguarda    chi è artista e non lei, lei dovrebbe essere preparata a giudicare ciò    che ascolta e fornire ad altri i mezzi per decifrare per capire... Ma    questo la "disturba" lo so signorina, lo so . Quindi lei è semplicemente    una burina che si permette di prendere per il culo venticinque anni di    storia di un gruppo che ha attraversato nel bene e nel male tante strade    e l'ha fatto sempre con dignità e come se non bastasse, e questa è la    cosa peggiore, lei prende per il culo anche la cultura popolare nostra    che lei sbeffeggia con toni tipo "anonimi peruviani" o "canti del    trecento"(?)... Lei è analfabeta rispetto alla storia dell'arte tutta e    si permette di fare il "recensore". Lei non sa o forse non conosce il    "Ritorno" teorizzato da Polibio e da Machiavelli e dai romantici?, lei    non sa niente di Gramsci in "Americanismo e Fordismo"? Lei è a    conoscenza della disputa fra critica e neofilismo a proposito    dell'equivoco fra "reazione" e "rivoluzione"? E con lei allora che    dovrei fare? Che dovrei dire oltre che mandarla affanculo? Dovrei    ricominciare da Copernico e il suo rapporto con i greci? Oppure da    Picasso e la scultura africana? Da Dante e Joyce e del rapporto che    intercorre fra questi? Oppure potremmo rivedere insieme le    caratteristiche identificative della cultura popolare: il sincretismo,    l'eternità anziché l'universalità, il "quilt"... Come vede signorina Lei    dovrebbe ricominciare dalle elementari che non ha fatto pur spacciandosi    per laureata... Addirittura la infastidiscono "i canti del trecento"(?)    e gli "anonimi peruviani". Le confesso signorina Santi che in    venticinque anni non avevo mai incontrato una come lei, ne avevo viste e    sentite tante ma un "begonzo" come lei no, non l'avevo incontrato. Come?    Lei non sa cos'è un "begonzo"? Si dice  da noi di una persona vuota ma    che dovrebbe per ruolo e funzione essere piena. Il begonzo era un    contenitore di legno dove si metteva la farina o la semola. Ma nelle    case della povera gente il begonzo era quasi sempre vuoto; così è nata     questa similitudine, dai poveri da chi aveva il begonzo vuoto. Non si    offenda signorina Santi ma lei è un vero e proprio "BEGONZO!" della    critica musicale italiana. Vede quante cose avrebbe potuto imparare se    avesse ascoltato bene "Il seme e la speranza" eppure lei ha scritto che    è un lavoro inutile. Avrebbe potuto cogliere l'occasione che quei "canti    del trecento" e quegli "anonimi peruviani" le avevano offerto e invece è    talmente tanta la sua boria, la sua vanità e la sua arroganza che    l'hanno resa più che cieca sorda e ignorante. L'ignoranza se    riconosciuta è una dote ma questa appartiene alle persone umili, belle,    cosa che lei non è. Mi è piaciuto un suo passaggio quello del "cielo    asfittico e stantio"; qui rasenta la prosa, è quasi un tocco di poesia.    Quanto alla musica ferma a 35 anni fa mi permetta una precisazione: qui    si è sbagliata di grosso perchè a tutti coloro che hanno collaborato al    disco ho raccomandato sempre un sound vicino al 1964-65 quindi siamo a    41-42 anni fa. Ho capito anche che ciò che l'ha disturbata e molto, è    stato il nostro desiderio di condividere questo lavoro con la carta    stampata. Perchè no? scusi, potrei mandarle qualche chilo di carta    stampata dove i suoi colleghi (chiedo scusa a tutti) parlano di questo    disco in tutti altri toni, e allora perchè non sottoporlo alla critica    un lavoro del genere? Lei è l'unica a sentirsi "disturbata". Poi chi    glielo ha ordinato il dottore di "recensire" un nostro disco? Perchè    l'ha fatto se ciò l'ha "disturbata"? Per guadagnarsi due euro in più? Mi    dica signorina... Capisce quanto è ridicola lei e la sua recensione?    Capisce in che casino si è ficcata? O no? Può stare certa che ogni volta    che non avrò di meglio da fare mi andrò a prendere una copia di Rumore e    la leggerò e farò sapere anzi notare quanto lei sia tonta, anzi scusi, "BEGONZA"!    Ci può giurare signorina Santi. E' ciò che si merita e vedrà in poco    tempo quanto sarà famosa in questo ambiente.&lt;br /&gt;La saluto, ma prima di chiudere questa mia visita è bene che salga le    scale e arrivi ai piani superiori dove ci sono quelle "gerarchie" che    lei dice di ignorare signorina (qui passa il segno perchè è pure    bugiarda) perché io non ho proprio nessuna intenzione di ignorare    nessuno soprattutto chi ha una responsabilità oggettiva su quanto è    accaduto se non anche quella soggettiva il che sarebbe veramente    un'indecenza e una carognata. Salgo quindi al piano superiore e chi ti    vedo? Direttore responsabile (lo dice la parola stessa) Alberto Campo!    Noooo...ancora tu, Alberto...ma come? Non ti rompo i coglioni da una    vita anche se in tutta la disputa con Casacci avrei potuto mettere il    tuo nome ogni tre righe, non prendo al balzo la polemica fra Statuto e    "baronie" torinesi nella gestione del music-bussiness a livello locale e    non ti cago neanche di striscio e tu...mi fai questa stronzata. E no,    non va mica bene. Almeno una volta mi scagliavi contro un tuo fedele    scudiero come Ferrari adesso invece questa "begonza" della signorina    Santi. Alberto, ma veramente tu credi che puoi utilizzare queste    stronzate come ti pare e piace e sputare direttamente e non sui Gang    solo perché ti senti forte nel tuo "fortino" e fra la tua "corte dei    miracoli" del rock italiano. Va bene che a Torino sei al centro di quel    triangolo che va da Rumore a Radio Flash a Hiroshima che insieme si    spartisce la piazza concessa insieme a tanti denari dalle autorità    occulte che vanno da Comunione e Liberazione ai DS ma questa tua    autorità e potere non ti può mica permettere di sputarmi in faccia e di    farmi prendere per il culo. Non sta a me giudicare politicamente il tuo    operato e quello dei tuoi alleati casomai sta a Rifondazione aprire    sulla gestione culturale della città un capitolo nuovo vero e proprio ma    questa è un'altra storia... Lo so che quando qualcuno pagava per noi,    vedi casa discografica,agenzie ecc.ecc. noi passavamo in mezzo a quel    territorio compreso il tuo giornale ma da quando siamo autonomi e    nessuno paga non perdi occasione per calunniarci e sbarrarci il passo,    tu e i tuoi amici. Non va bene Alberto. E' ora che esci fuori, allo    scoperto e se proprio ti stiamo sul cazzo dillo apertamente anzi diccelo    in faccia senza usare altre persone (delle mezze seghe poi potresti    farne a meno) o pretesti veri come l'uscita di un disco. Anzi ti dico    che puoi rifarti da questa caduta di stile solo in un modo: con    un'intervista. Se hai le palle  perchè non mi intervisti su Rumore? Vedi    sono io che vengo a casa tua. Fallo se hai coraggio, altro che il nostro    è un disco inutile, che disturba, che è asfittico e stantio... Noi non    solo chiediamo che questo disco venga "recensito", non offeso nè preso    per il culo, ma chiediamo un'intervista su questo disco e non solo. E    vuoi vedere che una volta per tutte te la fai finita di rompere i    coglioni? Di solito quando si offende qualcuno su una rivista questo    qualcuno non si presta a nessuna intervista su quel giornale che l'ha    offeso e invece io no, ti dico che pretendo un'intervista poichè sono    stato deriso, preso in giro, sbeffeggiato su un giornale come Rumore di    cui sei responsabile. E l'intervista la pretendo da te e non da qualche    tuo scudiero o valvassino. Sappi che stavolta non te la puoi squagliare    poiché tutto ciò che dico o faccio in casi come questi viene reso    pubblico quindi queste parole saranno lette non solo da te ma da    centinaia di altre persone visto che tale lettera girerà per molti siti    internet. Adesso vedi tu, io sono qui che aspetto tue notizie.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;   &lt;p style="color: rgb(255, 255, 255);" align="justify"&gt;&lt;span style=";font-family:Arial;font-size:100%;"  &gt;Marino    Severini&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;   &lt;p style="color: rgb(255, 255, 255);" align="justify"&gt;&lt;span style=";font-family:Arial;font-size:100%;"  &gt;P.S.    Alberto,detto fra me e te, quella signorina Santi...ma dove l'hai    trovata? Certo che ti sei ridotto male ma veramente male......&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/12379006-116678113801659412?l=indie-ssolvenza.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://indie-ssolvenza.blogspot.com/feeds/116678113801659412/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=12379006&amp;postID=116678113801659412' title='2 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/116678113801659412'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/116678113801659412'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://indie-ssolvenza.blogspot.com/2006/12/lettera-di-marino-severini-barbara.html' title='Lettera di Marino Severini a Barbara Santi (Rumore)'/><author><name>colas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01770508510427584088</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-12379006.post-115733439037717042</id><published>2006-09-03T18:44:00.000-07:00</published><updated>2006-09-03T18:46:30.616-07:00</updated><title type='text'>GIOVANNI LINDO FERRETTI, IL PUNK CATTOLICO</title><content type='html'>Dalla musica punk filosovietica a papa Ratzinger, storia di un figlio del Sessantotto che ha cambiato &lt;a class="AxStyle" title="" style="BORDER-BOTTOM: 0px dotted; TEXT-DECORATION: underline" href="http://freeforumzone.leonardo.it/viewmessaggi.aspx?f=36187&amp;idd=1869&amp;amp;p=22#" alt=""&gt;idea&lt;/a&gt; su (quasi) tutto. E per settembre è attesa la sua autobiografia REGGIO EMILIA Sulla scrivania di Giovanni Lindo Ferretti c’è un piccolo leggio di legno con un libro antico, del 1813. è una raccolta di sermoni di Alfonso Maria De Liguori, un sacerdote del XIX secolo. Ferretti lo tiene aperto sulla predica che condanna l’ira: “Mi serve soprattutto quando penso alla politica. Dopo aver visto D’Alema a braccetto con l’hezbollah, per esempio, ho dovuto leggerlo avidamente”. Giovanni Lindo Ferretti era la voce dei Cccp. Il gruppo filosovietico che sotto la sua guida ha portato in italia la musica punk “emilianizzandola” e “comunistizzandola” [con buona pace dei Clash, n.d. emi.] (“Voglio rifugiarmi sotto il Patto di Varsavia, voglio un piano quinquennale, la stabilità”, recita un testo dei Cccp). “Non rinnego i miei errori” Oggi, abbandonati Repubblica e Il Manifesto, è abbonato all’Osservatore Romano. Vive nella casa di famiglia in un paese che non arriva a 100 anime, sull’Appennino emiliano a pochi chilometri dalla Toscana. Studia, canta, scrive. (A settembre Mondadori pubblica il suo autobiografico “Reduce”). E legge. Soprattutto Ratzinger: “Credo di aver letto tutto quello che ha pubblicato, tolti i testi più “tecnici”. Mi ero stufato, qualche anno fa di leggerne su Repubblica tutto il male possibile. Sono andato in libreria e ho chiesto se questo Ratzinger avesse scritto qualcosa. Mi hanno indicato una pila di libri. Da lì ho scoperto un genio prima che diventasse Papa”. E poi Simone Weil, Hannah Arendt, Don Giussani, Dante. A 53 anni Ferretti continua a “campare di parole”. Vincendo la sua ritrosia per i giornalisti, a Libero racconta un pezzetto del suo cammino, che l’ha portato da “Spara Yuri” agli inni alla Madonna, rintracciati e rielaborati pescandoli dalle tradizioni popolari di mezza Italia. “Certo, sono cambiato, ma per me è stato consequenziale. Sono stato educato da mia nonna e dai miei genitori, da cattolico. Ma sono stato anche figlio del Sessantotto e ho volontariamente aderito al comunismo, questa pestilenza dell’animo che si è rubata i figli migliori delle nostre famiglie. In un certo senso, sono tornato a casa. Ma non sopporto l’idea di essere anticomunista con lo stesso livore stupido di come sono stato ateo e bestemmiatore per anni. Voglio un po’ più di dignità”. La ‘conversione’ dell’uomo che cantava (e canta ancora) “Emilia Paranoica” non è improvvisa. Nessuna caduta da cavallo. “Negli anni novanta mi interessava moltissimo L’islam. Le tragedie dell’Algeria e della Jugoslavia mi hanno portato ad avvicinarmi a questo mondo. Ma la concezione della donna di quel mondo mi ha fatto capire che non faceva per me. Sono passato dal confucianesimo, dal buddismo. Ho capito che per anni avevo convissuto con pensieri insignificanti rispetto alla comprensione del mondo. Aveva ragione Wojtyla: anche per me è stato un male necessario. E qui ho riscoperto il cristianesimo”. Semplice come le preghiere che gli aveva insegnato la nonna, affascinante come il pensiero di Ratzinger, che ha colpito Ferretti “per il richiamo che fa all’esigenza dell’attaccamento alla tradizione musicale. In chiesa sento certi canti...”. I cliché del convertito, però, su Ferretti non fanno presa. “Se c’è da cantare “Fedeli alla linea” la canto. Non abiuro i miei errori, sarebbe troppo comodo. La mia storia è questa e chi mi ascolta oggi la conosce benissimo. Del resto, le cose non sono mai scontate. Al tempo dei Cccp un ragazzo, fan sfegatato, insiste per offrirmi un caffè e mi dice sottovoce di essere un missino. Uno choc! Ne ho conosciuto un altro, entrato in un convento monastico, che ha chiesto al suo superiore di portarsi in cella “Affinità e divergente tra il compagno Togliatti e noi (uno dei dischi più noti dei Cccp, ndr). Quando ho fatto una canzone su Sarajevo attaccando il pacifismo, c’è chi l’ha usata come inno pacifista. IO offro la sincerità del mio percorso, del resto mi importa poco”. E i fan “traditi”? C’è già qualcuno che ha provveduto a scomunicarlo, quando l’estate scorsa ha fatto sapere di condividere la posizione della Cei sul referendum di bioetica. Altri lo accusano di opportunismo. Lui non se la prende, parla con rispetto degli ex compagni di band (“Ma oggi siamo su mondi diversi”). I Cccp sono diventati Csi (Consorzio Suonatori Indipendenti) dopo la caduta del Muro, poi Pgr (Per Grazia Ricevuta). Neocon e Dossetti a braccetto Oggi Ferretti lavora soprattutto sulla musica sperimentale e sacra. Tiene letture di Dante. È probabilmente l’unico neoconservatore dossettiano del panorama mondiale: “il pensiero neocon mi ha stupito e interessato. Si definiscono liberal assaliti dalla realtà o comunisti venuti dal freddo: e io mi ci ritrovo benissimo. Per mezzo mondo oggi “neocon2 è un insulto, così come lo è “dossettiano” per l’altra metà. Ma Dossetti qui da noi è stato un baluardo dei cattolici contro i comunisti per tanti anni. Per me è un santo, un santo che non capiva niente di politica”. E la politica è la cosa che fa più arrabbiare Ferretti oggi. A un tiro di schioppo dal suo paese c’è quello dove Sandro Bondi fu sindaco del Pci. Oggi ce l’ha con la sinistra, piena di “comunisti stemperati” che “fanno i liberali ma non lo sono”. Per lui votare centrodestra alle ultime elezioni è stata “una rivoluzione” che l’ha divertito parecchio. Entrando nella sua stanza c’è una bandiera di Israele attaccata a una trave. Venticinque anni o giù di lì cantava “Bombardieri su Beirut”. I bombardieri adesso ci sono di nuovo e lui soffre per la “perdita di senso della realtà” dei governanti italiani, per D’Alema e per l’Onu. Mentre si accende e fuma una delle 50 sigarette quotidiane (dopo che gli è stato asportato un cancro al polmone) Ferretti parla di dolore: “Nella mia vita l’ho conosciuto. Sono stato operato sette volte, ho avuto malattie gravi. Il nostro mondo ha prima abolito la morte, nascondendola ai bambini, confinandola più lontano possibile, abolendo le veglie, i funerali. Adesso cerca di abolire il dolore: ma è un atto di una violenza terribile, la stessa che portava il comunismo a voler costruire il paradiso in terra. Avvicinandosi all’inferno”. In pellegrinaggio a cavallo Una delle canzoni più riuscite e amate dei Cccp è un inno nichilista, “Io sto bene”: “”non studio non lavoro non guardo la TV / non vado al cinema non faccio sport”. Ferretti ha cambiato solo le prime due cose (per esempio, non sa nulla della musica leggera contemporanea degli ultimi 10 anni) ma le ha cambiate del tutto. Di sera va a dar da mangiare e a strigliare i suoi quattro amatissimi cavalli. Li deve ferrare e tirare a lucido perchè questo weekend andrà con gli amici, in sella, in pellegrinaggio alla Madonna della Guardia, sui colli toscani. I vecchi del paese arriveranno in pullman.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Antonio Socci&lt;br /&gt;(tratto da libero)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/12379006-115733439037717042?l=indie-ssolvenza.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://indie-ssolvenza.blogspot.com/feeds/115733439037717042/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=12379006&amp;postID=115733439037717042' title='2 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/115733439037717042'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/115733439037717042'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://indie-ssolvenza.blogspot.com/2006/09/giovanni-lindo-ferretti-il-punk.html' title='GIOVANNI LINDO FERRETTI, IL PUNK CATTOLICO'/><author><name>colas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01770508510427584088</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-12379006.post-114959027620109608</id><published>2006-06-06T03:35:00.000-07:00</published><updated>2006-06-06T03:37:56.226-07:00</updated><title type='text'>Primavera Sound 1 giugno 2006</title><content type='html'>&lt;strong&gt; Un’isteria collettiva spiegata a fatica.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Arrivo nei pressi del Forum di Barcellona che sono ormai quasi le 21.&lt;br /&gt;Sul palco del Rockdelux, i &lt;strong&gt;Drones &lt;/strong&gt;stanno suonando già da qualche minuto. Tutte le persone che conosco e che sono sotto il palco ad agitare la criniera torneranno indietro con il sorriso a trentadue denti che dà un concerto bellissimo. Rock and roll, blues e noise come si faceva una volta, un po' &lt;strong&gt;Jon Spencer&lt;/strong&gt; e un po' no. Purtroppo non riesco a lasciarmi coinvolgere ed incomincio la marcia verso il &lt;strong&gt;Danzka Cd Drome&lt;/strong&gt; dove &lt;strong&gt;Castanets&lt;/strong&gt; è impegnato già da un po'.&lt;br /&gt;Una serie di incontri fortuiti e gli obbligatori saluti di rito con amici e conoscenti di quelli che vedi solo una volta l'anno e in situazioni simili mi fanno perdere completamente lo show.&lt;br /&gt;Ma ormai sono lì e prendo posto sotto il palco per l'esibizione della &lt;strong&gt;No Neck Blues Band.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Chiunque mastichi un po' di &lt;em&gt;musica altra&lt;/em&gt; e si sia già imbattuto nel nome di questa bizzarra formazione sa cosa aspettarsi. Un'ora della più ardita improvvisazione musicale possibile in cui l'aspettatore viene coinvolto a più livelli e il concerto diventa performance.&lt;br /&gt;E' curioso vedere una band contraria all'istituzione "palco" esibirsi all'interno di un festival in cui, per forza di cose, tutto è ordinato e stabilito. Infatti anche loro all'inizio sembrano fuori luogo e ci mettono un po' a lasciarsi andare. L'inizio del concerto è tradizionale. Un basso, una chitarra e una batteria. Pian piano che si avvicendano sul palco gli altri componenti della band (l'uomo con la barba pù lunga del mondo agli effetti ed una giapponese posseduta da &lt;strong&gt;Damo Suzuki&lt;/strong&gt; alla voce) le cose si fanno più complicate, la musica diventa sempre più free fino a quando una piogga di piatti ed altri componenti della batteria incomincia ad invadere il palco, il batterista biondo si sposta alle percussioni ed inizia un suo personale show che lo porterà a finire il concerto praticamente nudo. Per me è tutto molto interessante, mentre la persona che ho vicino incomincia a manifestare antipatia per "il baccano più assurdo che abbia mai visto". E a colpi di "cos'è questa roba", decidiamo che è arrivata l'ora dei &lt;strong&gt;Motorhead&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;L'ora di &lt;strong&gt;Lemmy&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;Ecco, se non siete mai stati a Barcellona e non avete mai messo piede in un festival indie, fatto per un pubblico indie, in cui suonano gruppi indie, non potete capire il bellissimo shock causato dalla visione di biker e metallari impegnati a saltare e cantare insieme a ragazze con la frangia ed i vestiti anni cinquanta e giovani fighetti che danno l'idea di vivere gomito a gomito con lo spleen da quando si alzano fino a quando non vanno a dormire. Tutto questo è successo durante il live set dei &lt;strong&gt;Motorhead&lt;/strong&gt;, con il bubbone più famoso della storia del rock emozionato come un bambino per il suo primo concerto da sessantenne e la sua voce di cartavetrata violenta ed abrasiva come le note emesse dal suo basso. Fantastico. Anche se troppo lungo e fedele al motto:&lt;br /&gt;"Tre minuti, quattro minuti, tiè, pure cinque. Poi però rompe il cazzo".&lt;br /&gt;Durante &lt;em&gt;Aces Of Spades &lt;/em&gt;vado a prendere posto sotto il palco in cui sta per suonare &lt;strong&gt;Why?.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Il concerto è carino e divertente. Nulla di più e nulla di meno. Scorre veloce come un sorso di birra e lascia subito il campo ai &lt;strong&gt;Fuckin' Grown-upshambles (&lt;/strong&gt;come li chiama Lemmy&lt;strong&gt;)&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;Per chi scrive invece diventa l'ora della comida, riesco comunque a vedere un paio di pezzi. Con &lt;strong&gt;Pete Doherty&lt;/strong&gt; che canta male, malissimo e il gruppo che suona benino canzoni che non faranno la storia del rock ma che assomigliano tantissimo a canzoni che hanno fatto la storia del rock.&lt;br /&gt;Piano piano il pubblico si fa sempre più esiguo ed incomincia l'esodo di massa verso il &lt;strong&gt;Danzka Cd Drome.&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Spiegare quello che sta succedendo in Spagna intorno agli &lt;strong&gt;I'm From Barcelona &lt;/strong&gt;non è una cosa facilissima. Praticamente la band svedese si è ritrovata al centro di un vero e proprio caso. La sua canzone tormentone &lt;em&gt;We're From Barcelona&lt;/em&gt;&lt;strong&gt; &lt;/strong&gt;è diventato un inno per i tifosi del &lt;strong&gt;Barça &lt;/strong&gt;nei giorni della Champions League, l'organizzazione del festival ha deciso di usarla come sottofondo per gli spot televisivi e la gente si presenta nei pressi del palco armata di foglietti e pronta ad abbandonarsi a cori ed urla di giubilo.&lt;br /&gt;E' curioso vedere tutte queste persone che fanno le prove mentre il gruppo non è ancora salito sul palco. Ma è un attimo: le luci si spengono e dagli altoparlanti escono le note di &lt;em&gt;Barcelona&lt;/em&gt;. La canzone di &lt;strong&gt;Freddie Mercury&lt;/strong&gt; e &lt;strong&gt;Montserrat Caballé&lt;/strong&gt;. Uno dei duetti più trash che la storia della musica ricordi. I ventotto svedesi (mancava uno) prendono posto dietro gli strumenti.&lt;br /&gt;Cioè, i pochi che suonano prendono posto dietro gli strumenti, gli altri riempiono il palco non si sa bene per fare cosa. Qualcuno fa le foto, qualcuno suona il kazoo, qualcun'altro riprende.&lt;br /&gt;Tutti ballano e cantano. In coro. In poco più di trenta minuti si aggiudicano l'award per la performance più divertente e fuori di testa dell'intero festival. Una sorta di &lt;strong&gt;Polyphonic Spree&lt;/strong&gt; che devono ancora impare a suonare e con il più alto tasso di figa sul palco.&lt;br /&gt;Chiude il tutto una versione acustica e sing along di &lt;em&gt;We' re From Barcelona&lt;/em&gt;.&lt;br /&gt;Il tempo di farsi una passeggiata, salutare&lt;strong&gt;&lt;a href="http://www.saitenereunsegreto.com"&gt; Giulia&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt; che va a dormire ed è il turno di&lt;strong&gt; Yo La Tengo&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;Sicuramente la band di punta di questa prima serata. Il gruppo con pià storia alle spalle (ok, dopo i Motorhead) e con il maggior talento.&lt;br /&gt;Stranamente il concerto lascia un po' di amaro in bocca. Niente da dire sulle canzoni, ma stupisce la scelta di una scaletta maggiormente concentrata sui pezzi lunghi e psichedelici del repertorio.&lt;br /&gt;Praticamente come vedere i Velvet Underground intenti a suonare kraut rock.&lt;br /&gt;Bello ed interessante, ma non il concerto che era lecito aspettarsi.&lt;br /&gt;Urbino lo scorso anno e la recente tourneè italiana sono tutta un'altra cosa.&lt;br /&gt;Mentre il freddo diventa insostenbile, i tecnici si danno da fare per il cambio palco che trasformerà il forum in una dance hall.&lt;br /&gt;Ma non ce la faccio. I miei piedi mi abbandonano e la stanchezza mi porta a rinunciare al dj set dei &lt;strong&gt;2 Many Dj's&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;Vado a dormire. Domani si ricomincia.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/12379006-114959027620109608?l=indie-ssolvenza.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://indie-ssolvenza.blogspot.com/feeds/114959027620109608/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=12379006&amp;postID=114959027620109608' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/114959027620109608'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/114959027620109608'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://indie-ssolvenza.blogspot.com/2006/06/primavera-sound-1-giugno-2006.html' title='Primavera Sound 1 giugno 2006'/><author><name>colas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01770508510427584088</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-12379006.post-112738852402420290</id><published>2005-09-22T04:14:00.000-07:00</published><updated>2005-09-22T05:08:02.070-07:00</updated><title type='text'>Primavera, estate, autunno, inverno e… ancora primavera</title><content type='html'>&lt;div align="left"&gt;&lt;a href="http://photos1.blogger.com/blogger/7425/552/1600/Camion.jpg"&gt;&lt;img style="CURSOR: hand" alt="" src="http://photos1.blogger.com/blogger/7425/552/200/Camion.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Barcellona – Estrella Damm/Primavera Sound 2005&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;“…la &lt;/em&gt;&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;&lt;em&gt;prima volta fa sempre male la prima volta ti fa tremare”&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;Arrivo a Barcellona con in testa le parole di una canzone italiana.&lt;br /&gt;Perché?&lt;br /&gt;Non lo so.&lt;br /&gt;Non chiedetemelo&lt;br /&gt;Non è vero che “la prima volta” fa sempre male. E’ solo un luogo comune… soprattutto qui.&lt;br /&gt;Il ricordo della scorsa edizione del Primavera Sound mi ha fatto compagnia per un intero anno.&lt;br /&gt;Nella mia testa, ogni cosa era al posto giusto, tutto era stato perfetto: i nomi in cartellone, la reunion dei Pixies, l’organizzazione, il clima, la location, i !!! dal vivo.&lt;br /&gt;Tutto. Non scherzo.&lt;br /&gt;E’ la seconda volta, invece, a farmi “tremare”.&lt;br /&gt;Il pensiero di vedere un festival crescermi tra le braccia, come un bambino che fino a ieri ho sostenuto perché imparasse a camminare, mi spaventa non poco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“E se non fosse più come prima? E se stesse per diventare un festival come tanti altri? Se…”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Primavera era un festival vivibile. Un Benicassim per pochi eletti.&lt;br /&gt;Ora vuole diventare altro. Il FiberFib di Barcellona, con tutti gli annessi e connessi.&lt;br /&gt;Il Primavera si teneva in una location più unica che rara (uno splendido finto borgo medievale, luogo di scarpinate e di rock and roll). Ora si tiene nel Forum. Enorme ex complesso industriale situato nella periferia della città.&lt;br /&gt;Il Primavera, non è più quel Primavera.&lt;br /&gt;E’ una cosa nuova, da scoprire e da guardare con gli occhi di chi non ha visto niente fino a poco tempo prima.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In realtà basta poco per accorgersi che questi cambiamenti e questo tentativo di far crescere la rassegna non hanno per nulla intaccato quell’atmosfera particolare che si respira solo per le strade di Barcellona.&lt;br /&gt;Perché, c’è poco da fare, il Primavera Sound è il Festival di Barcellona.&lt;br /&gt;E’ fuori dalla città ed al tempo stesso è dentro.&lt;br /&gt;Basta poco, dicevo, per rendersene conto. Basta un giro per le ramblas e buttare un orecchio nei bar, nei negozi, sulle panchine.&lt;br /&gt;Ovunque si respira l’aria festivaliera. Nelle boutique, come nelle videoteche, si ascolta solo il disco dei Maximo Park, davanti ai banconi delle discoteche è tutto un raccontarsi com’era Iggy la prima volta che è venuto in città e com’è ora, che finalmente ci torna.&lt;br /&gt;Barcellona è sveglia ed ansiosa.&lt;br /&gt;Mancano poche ore e tutto, ma veramente tutto, comincerà a suonare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;PRIMO GIORNO&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Metto piede dentro il forum e rimango colpito dalla vista di un enorme, strano accrocco sopraelevato. “E’ il pannello solare più grande d’Europa”, mi dice l’uccellino.&lt;br /&gt;Ed io do sempre retta a quello che mi dice l’uccellino.&lt;br /&gt;Tra il pannello solare di poco sopra e il resto ci sono sette palchi.&lt;br /&gt;Solo due attivi oggi, per permettere al pubblico di abituarsi con calma alla sbornia di suoni a cui saranno sottoposti nei prossimi due giorni.&lt;br /&gt;Il più grande dei due escenari (come dicono qui) è il Rock Delux por Lois, una sorta di main stage di riserva del festival.&lt;br /&gt;Tutt’intorno, c’è un piccolo-grande (potevo dire “medio”) anfiteatro con le gradinate che confluiscono nel parterre e una lunga spianata di cemento che arriva fino al palco.&lt;br /&gt;Dietro di questo, niente, solo il mare.&lt;br /&gt;Solo.&lt;br /&gt;Dopo essermi fatto una passeggiata fino al Danzka CD Drome ed aver visto gli ultimi minuti degli &lt;strong&gt;It’s Not Not&lt;/strong&gt; (gruppo un po’ emo, un po’ indie, un po’ punk funk, un po’ tutto) ed essermi fatto grandi risate grazie al cantante che si getta dal palco in un tentativo di stagediving e finisce per inciampare in una scatola di cartone, ritorno sui miei passi per assistere all’esibizione degli &lt;strong&gt;Art Brut&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;&lt;a href="http://photos1.blogger.com/blogger/7425/552/1600/art%20brut.jpg"&gt;&lt;img style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" alt="" src="http://photos1.blogger.com/blogger/7425/552/200/art%20brut.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;La nuova big thing della scena inglese non delude le aspettative. La miscela, esplosiva, è rock and roll su cui svetta un cantato/parlato tipicamente inglese.&lt;br /&gt;Un po’ Mike Skinner (The Streets) che canta in un gruppo punk, un po’ Mark E. Smith dei Fall.&lt;br /&gt;Anzi, un po’ &lt;strong&gt;The Fall&lt;/strong&gt; e basta.&lt;br /&gt;Hanno un’ora di tempo, ma ne impiegano solo metà, per un set che pesca da quasi tutto l’album di esordio. l loro concerto finisce con il cantante, camicia aperta e pancia formata a birre e superalcolici, intento a tendere le mani verso l’alto e ad invocare “il Dio” Top Of the Pops.&lt;br /&gt;Una pausa veloce e tocca ai &lt;strong&gt;Maximo Park&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;La band di Newcastle viene accolta da una vera e propria ovazione.&lt;br /&gt;Il faccino pulito ed incravattato di Paul Smith rimane esterrefatto dal calore incredibile degli spagnoli e del resto degli astanti. Uno dopo l’altro, i singoli di “A Certain Trigger”, vengono seppelliti dal singalong collettivo. D’altro canto, la band fa lo stretto necessario per farsi apprezzare: i brani vengono eseguiti pari pari al disco, rivelando però una certa tendenza a semplificare le parti strumentali. Cosa che, purtroppo, finisce per inficiare l’impatto live del gruppo.&lt;br /&gt;La gente però continua ad essere contenta ed in delirio. Contenti loro, contenti tutti.&lt;br /&gt;&lt;a href="http://photos1.blogger.com/blogger/7425/552/1600/Maximo%20Park.jpg"&gt;&lt;img style="CURSOR: hand" alt="" src="http://photos1.blogger.com/blogger/7425/552/200/Maximo%20Park.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Mentre sull’altro palco è il turno dei Jesu, band nata dalle ceneri degli oscuri e metallosi Godflesh, comincia a sentirsi forte l’attesa per gli &lt;strong&gt;Arcade Fire&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;C’è poco da sviare il discorso e fare gli snob, il duo (sono molti di più in realtà, ma osservandoli si ha la sensazione di assistere ad un vero e proprio gioco di coppia) canadese è il gruppo del momento. Quello da sbattere in prima pagina sulle riviste e da tirare fuori come argomento di discussione in una cena tra “inseriti”.&lt;br /&gt;Sul loro “esordio spagnolo” gravita una tensione da evento importante per nulla indifferente.&lt;br /&gt;Tutta la gente è qui per sentirli suonare.&lt;br /&gt;Tutti sono qui per toccare con mano l’ennesimo nuovo segreto dell’indie Fatima, il “mistero” da svelare una volta per tutte, il culto di cui diventare adepti, oppure da abbandonare in caso di passo falso. Loro sembrano non curarsene, giustamente, e danno vita ad un concerto in grado di svegliare dal sonno il più scettico degli scettici.&lt;br /&gt;Sono una macchina perfetta, gli Arcade Fire. Sono epici ed allo stesso tempo essenziali, sono originali ed allo stesso tempo ancorati alla tradizione. Non sono “il gruppo del momento”, come si diceva poco sopra, ma il gruppo in grado di poter cambiare, stravolgere e plasmare sotto il suono della propria musica questo benedettissimo momento.&lt;br /&gt;Le canzoni, quelle bellissime come Power Out e quelle toccanti come In the Backseat, eseguite dal vivo acquistano dieci-cento-mille punti.&lt;br /&gt;Un brano come Rebellion/Lies, finisce per acquisire tutti i cliché dell’inno.&lt;br /&gt;L’anthem di cui il frammentatissimo popolo indie aveva bisogno.&lt;br /&gt;Anche il colpo d’occhio è eccezionale: Win Buttler e Régine Chassagne occupano il centro della scena. Sono loro il vero fulcro del sestetto. Lungagnone, lunatico e sopra le righe lui, eterea, materna ed incredibile lei, che nel corso del concerto si cimenta nel suonare quasi tutti gli strumenti presenti on stage. Una sorta di Bjork senza quel talento e quella vocalità, ma con lo stesso identico magnetismo.&lt;br /&gt;Mentre salutano la folla festante, mi arriva chiaro in testa il pensiero che dopo un concerto così non ci sarebbe niente di meglio da fare che prendere armi e bagagli ed andarsene a casa. Un appartamentino sulla Ramblas del Raval, invaso costantemente dalla puzza di fritto e dal caos della strada sottostante.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Niente di tutto questo: al Danzka ci sono gli &lt;strong&gt;Isis&lt;/strong&gt; ed io non voglio perdermeli.&lt;br /&gt;Ammetto la mia ignoranza: non li ho mai ascoltati, ma da mesi (meglio, da anni) vengo bombardato dai pareri positivi degli amici metallari e non.&lt;br /&gt;Alla fine, avevano ragione loro: gli Isis sono una miscela originalissima di post-rock e metal. Detta così può non voler significare nulla, ma vi giuro che non avevo mai visto niente di simile.&lt;br /&gt;Le canzoni dei Mogwai o dei Godspeed You! Black Emperor, con i suoni rubati allo stoner.&lt;br /&gt;Chitarre distorte e bassi saturi. Granitici, devastanti ed estatici. Una sorpresa, almeno per me.&lt;br /&gt;Mentre &lt;strong&gt;Tim Hecker&lt;/strong&gt; massacra le gonadi al pubblico con il suo ambient-noise, mi sposto nuovamente per vedere il set dei &lt;strong&gt;Radio 4&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;L’inutilità fatta musica. Una band studiata al tavolino per essere quella giusta nel posto giusto, e che finisce inevitabilmente per sembrare indietro di vent’anni proprio al cospetto di quelle mode che cercano senza coraggio di riprodurre. Irrilevanti, è questa la parola giusta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando sono le tre e quarantacinque e le gambe iniziano a fare Giacomo-Giacomo (o Diego-Diego, come si dice ad Arezzo), ecco che appare sul palco &lt;strong&gt;Max Tundra&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;Un nano da giardino che ha come personal stylist un non vedente, suppongo, e che riesce a tenermi sveglio e a farmi ridere per una buona mezz’ora.&lt;br /&gt;La sua musica è un po’ pop mainstream di derivazione anni ottanta, un po’ techno da balera.&lt;br /&gt;Lo stile ironico con cui si presenta sul palco e condisce tutte le sue canzoni, lo rendono un piacevole intermezzo.&lt;br /&gt;Intermezzo che rasenta la gloria quando il nostro eroe si produce nel cosiddetto gesto della “cassa”:&lt;br /&gt;leggermente chinato verso il pubblico, con le mani, tese in avanti a contorno della testa, che si muovano a tempo con il beat forsennato della musica.&lt;br /&gt;Resta da capire se si tratti di un genio o di un cazzone. O tutte e due le cose.&lt;br /&gt;Mentre decido di andare a dormire, m’imbatto nel dj/live set di &lt;strong&gt;Vitalic&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;Beat cafoni e cassa grassa. Un po’ Daft Punk e un po’ acid house vecchia maniera.&lt;br /&gt;Il modo giusto per aspettare l’alba e buttarsi sul letto: ballando.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;SECONDO GIORNO&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Con i postumi di una notte brava e di un pranzo luculliano, arrivo al Forum in tempo per vedere &lt;strong&gt;Parker and Lily&lt;/strong&gt;, non perché conoscessi già la musica del quartetto-coppia newyorchese, ma perché attirato dalle parole, spagnole, della cartella stampa.&lt;br /&gt;Anche questo fa parte del bello di un festival.&lt;br /&gt;La band suona in quello che viene descritto come l’auditorium più grande d’Europa (ancora?), un avveniristico teatro da tremilacinquecento posti che, forte di un’acustica impeccabile, viene scelto dagli organizzatori come location per quei concerti in cui il forte bisogno di intimità fa la parte del leone, almeno quanto il bilanciamento dei volumi e la chiarezza del suono.&lt;br /&gt;Intimi sono anche Parker &amp; Lily, una sorta di Xiu Xiu meno teatrali ed arzigogolati, ma più elettrici e dediti ad una scrittura che pesca a piene mani dalle radici folk.&lt;br /&gt;Per una volta, un comunicato stampa ha detto la verità: non sono per niente male.&lt;br /&gt;La sicurezza del posto a sedere conquistato mi dissuade dal fare fagotto e recarmi ad assistere il live di &lt;strong&gt;Sole +12Twelve&lt;/strong&gt; (i pochi sole-rti me ne parleranno, comunque, bene).&lt;br /&gt;Fra poco qui, c’è &lt;strong&gt;Antony&lt;/strong&gt;. Sì, quell’Antony lì. Quello delle copertine delle riviste specializzate e delle pagine intere dei quotidiani.&lt;br /&gt;L’oggetto misterioso Antony. L’ambiguo e talentuoso Antony. L’affascinante e androgino Antony.&lt;br /&gt;Insomma: lui.&lt;br /&gt;Sale sul palco in compagnia dei suoi Johnsons e subito la sua voce prende il sopravvento sul resto, emergendo forte, unica e cristallina.&lt;br /&gt;Prende il sopravvento su tutto, tranne che sul suo personaggio, ingombrante e talmente sopra le righe da risultare, a tratti, fastidioso.&lt;br /&gt;Peccato, perché il talento di Antony è puro ed inequivocabile e la sua classe non si discute, ma ammetto che le canzoni di “I’m a Bird Now” mi sarebbero arrivate molto più al cuore se non fossero state intervallate da certe espressioni e certi momenti di comicità involontaria (per esempio, quando costringe l’intero auditorio ad imitare il verso della tortora, così, solo per avere un tappeto d’ambiente su cui poter suonare).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lascio Antony alle prese con la parte finale del suo set (immagino non sarà mancata Candy Says), e corro al main stage per vedere i &lt;strong&gt;Broken Social Scene&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;Se sfogliate regolarmente queste pagine, sarete sicuramente al corrente della considerazione che ho per questo gruppo. E ancora una volta, le pur altissime aspettative non vengono per niente deluse.&lt;br /&gt;&lt;a href="http://photos1.blogger.com/blogger/7425/552/1600/broken%20social%20scene.jpg"&gt;&lt;img style="CURSOR: hand" alt="" src="http://photos1.blogger.com/blogger/7425/552/200/broken%20social%20scene.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="left"&gt;La formazione è più o meno quella del tour italiano dello scorso autunno; la scaletta invece è più adatta ai grandi spazi e finisce per puntare sulla potenza piuttosto che sulle sonorità rarefatte.&lt;br /&gt;Kevin Drew e Brendan Canning, sono come al solito i punti cardine di questa folle carovana di freak canadesi. Il primo sembra assecondare sempre più il suo ruolo di Bono Vox indie, adottandone anche il look tutto occhiali da sole e giubbotti di pelle.&lt;br /&gt;Brendan invece, con una ruffianissima maglietta del Barcellona numero 05, lascia quasi completamente il ruolo dell’istrione al compagno e si concentra sul sul basso e sulle (poche) parti cantate. La voce femminile è quella di Amy Millian degli Stars, ormai sempre più a suo agio nel ruolo che fu di Leslie Feist e sempre più incredibile quando canta Anthems For a 17 Year Old Girl. Un set breve, ma carico ed impeccabile. Anche Erlend Oye, il lungagnone dei Kings Of Convenience e vero presenzialista del festival (lo si incontra ovunque), sorride e sembra annuire.&lt;br /&gt;Una grande band.&lt;br /&gt;Tra &lt;strong&gt;Ron Sexmith, Micah P.Hinson e Gravenhurst&lt;/strong&gt;, tiro in alto la monetina e finisco per andare a vedere questi ultimi (per i precisetti: avrei scelto Ron Sexsmith solo se la moneta fosse atterrata di taglio).&lt;br /&gt;Il classico trio, basso, chitarra e batteria, dà vita ad un live molto nervoso e impeccabilmente post – hardcore come si faceva una volta. Per un secondo penso che una band così sarebbe stato bello vederla nel decennio scorso, poi mi fermo e ci rifletto un attimo: avevamo i June Of 44, cosa ce ne facciamo dei &lt;strong&gt;Gravenhurst&lt;/strong&gt;?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con questo dubbio amletico in testa, decido che è arrivato il momento di una pausa e salto a malincuore l’inizio di &lt;strong&gt;David Thomas &amp; Two Pale Boys&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;Sul main stage stanno per salire Iggy Pop e gli Stooges.&lt;br /&gt;Mi dispiace, ma non ce la posso fare: sento un forte richiamo che mi fa camminare fino alle prime file e mi blocca lì.&lt;br /&gt;Ad aspettare.&lt;br /&gt;Iggy sale sul palco ballando e saltando prima ancora che la musica inizi. Ron Asheton è diventato con gli anni il sosia di Michael Moore, suo fratello Scott è sepolto dalla batteria.&lt;br /&gt;Al basso c’è Mike Watt, il signor Minuteman.&lt;br /&gt;In pratica la Storia. Quella con la “s” maiuscola. Davanti a me.&lt;br /&gt;Fin dall’iniziale Loose mi arriva chiara in testa una cosa: &lt;strong&gt;Iggy Pop&lt;/strong&gt; è un’ira d’Iddio!&lt;br /&gt;Lo guardi mentre si dimena, canta, arringa il pubblico e pensi che non c’è niente da fare, che questa storia dell’età, degli anni, è solo una bella cazzata.&lt;br /&gt;Guardi Iggy sul palco e non vedi un vecchio. Vedi un tornado. Forte e senza freni.&lt;br /&gt;Molto di più dei ventenni fighetti che si trovano in giro adesso. I quattro pescano a piene mani da due dei tre album pubblicati sotto l’amata sigla, ed escludono a priori quelli di “Raw Power”, terzo disco mai veramente amato da Iggy e compari. E questa, signori miei, è coerenza..&lt;br /&gt;Resisto tra il pogo per i primi sette pezzi, poi, subito dopo I Wanna Be Your Dog, mi sposto nell’area dedicata alla stampa e seguo il resto del concerto seduto sull’erba. Lo so, chiedo scusa, non è molto rock and roll.&lt;br /&gt;Su Real Cool Time, l’Iguana ingaggia un duello con la security e fa salire sul palco sette fortunati del pubblico, con cui condivide microfono e movenze.&lt;br /&gt;Dopo una psichedelica ed estenuante No Fun, arriva il momento migliore: con il sax di Steve Mackay vengono eseguiti alcuni dei brani di “Fun House”.&lt;br /&gt;Sembra di fare un salto indietro nel tempo e viene da provare invidia per quelli che questa cosa qui l’hanno vista quando era ancora “nuova” e “rivoluzionaria”. Magari proveranno la stessa cosa i nostri figli quando si troveranno davanti la reunion dei Modest Mouse. Per dire un nome a caso.&lt;br /&gt;Il tempo di un’altra I Wanna Be Your Dog ed arriva il momento dei saluti: “Goodbye Catalunya!!!”.&lt;br /&gt;Gli Stooges se ne vanno. La musica continua.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ un piccolo shock arrivare, con l’anima e il corpo sconquassati dal furore e dall’adrenalina, nella piccola arena dove &lt;strong&gt;Kristin Hersh&lt;/strong&gt; sta suonando da sola, voce e chitarra. Non c’è neanche il tempo di abituarsi alle sue deliziose litanie che è già il momento di cambiare palco nuovamente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al Rockdelux stanno per esibirsi gli &lt;strong&gt;American Music Club&lt;/strong&gt;, e ancora una volta le mie gambe mi sostengono e mi portano fino al luogo deputato senza che riesca nemmeno a rendermene conto.&lt;br /&gt;Lo dico senza mezzi termini e rischiando di fare la figura dell’idiota: questa era il concerto più atteso. Quello che mi ha fatto sobbalzare quando ho letto il cartellone, quello che volevo vedere da più tempo. Per una serie di motivi. Che hanno a che fare tutti con il cuore.&lt;br /&gt;Inizia il solo Mark Eitzel, con una versione di Ladies and Gentleman totalmente opposta a quella dell’ultimo, splendido, “Love Songs For Patriots”. Il fragore degli strumenti, viene rimpiazzato da una chitarra acustica e la canzone si veste di nuovi, magici, colori.&lt;br /&gt;Poi sale sul palco la band e tutto si fa più “normale”.&lt;br /&gt;Le canzoni ci sono e sono bellissime, Eitzel canta bene, ma qualcosa va storto.&lt;br /&gt;Almeno a me, che non riesco a farmi catturare come avrei voluto dallo show.&lt;br /&gt;Forse li ho aspettati per troppo tempo e non mi ero ancora accorto di essermi già spostato.&lt;br /&gt;Peccato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://photos1.blogger.com/blogger/7425/552/1600/new%20order2.jpg"&gt;&lt;img style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" alt="" src="http://photos1.blogger.com/blogger/7425/552/200/new%20order2.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;E’ di nuovo tempo di correre verso il main stage, dove è il turno dei &lt;strong&gt;New Order&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;La band più attesa dal pubblico spagnolo e non.&lt;br /&gt;Per accorgersene basta contare le magliette dei Joy Division presenti tra il pubblico.&lt;br /&gt;Io l’ho fatto, ne ho viste trentadue. Ma probabilmente ce ne sono molte di più.&lt;br /&gt;Gli stessi American Music Club hanno suonato un pezzo della band di Manchester.&lt;br /&gt;C’è poco da fare: la gente è qui per i New Order.&lt;br /&gt;E per il passato.&lt;br /&gt;Per Ian Curtis.&lt;br /&gt;Il boato che segue Love Vigilantes è d’antologia. Ma subito qualcosa si rompe.&lt;br /&gt;Tra le prime file del pubblico, alcuni dark invecchiati male gridano a Sumner di essersi venduto.&lt;br /&gt;Lui li fissa pieno di sdegno ed introduce Crystal mandando chiaramente a quel paese gli spagnoli, rei di non aver apprezzato i loro ultimi dischi.&lt;br /&gt;L’atteggiamento resterà di questo tenore per tutta la durata del concerto. E’ un peccato, però, che cotanta sfrontatezza non faccia da corollario ad una performance coi fiocchi.&lt;br /&gt;Perché se i New Order possono vantarsi di mettere su una scaletta senza eguali (Bizarre Love Triangle, True Faith, Regret, Temptation, Blue Monday, senza contare Transmission e Love Will Tear Us Apart dal repertorio dei Joy Division), al tempo stesso sono responsabili di una performance musicale a dir poco scadente.&lt;br /&gt;OK, Peter Hook con i suoi assoli e le sue movenze da coatto si fa sempre apprezzare, ma i New Order visti a Barcellona sono la fotografia di una band che dal vivo ha poco o nulla da dire.I brani (immortali, ripeto) appaiano tutti raffazzonati e suonati con l’energia di chi sta lì per dare “perle ai porci”. Spesso i componenti della band suonano senza neanche rendersi conto di quello che stanno facendo. Triste ed al tempo stesso straniante, perché se le orecchie si rifiutano e le braccia si chiudono, le gambe si muovono ed alla fine il volto si lascia andare ad un sorriso.&lt;br /&gt;Di corsa mi sposto per assistere al live dei &lt;strong&gt;Mercury Rev&lt;/strong&gt;. Lunari e Pink Floydiani come al solito, confermano in concerto di non aver smarrito il talento di cui difettava “The Secret Migration”, anche se alla lunga finiscono per annoiare e io passo il mio tempo a fissare le movenze sgraziate di una ragazza che balla sulle trame dei Mercury Rev come se stesse ascoltando un concerto di musica reggae.&lt;br /&gt;Faccio due salti, letteralmente, durante il set di Whitey e vado a prendere posto per uno dei concerti più attesi della serata. No, non i pessimi scheletri tirati fuori dall’armadio degli anni ottanta e che rispondono al nome di &lt;strong&gt;The Human League&lt;/strong&gt;, ma ben altra band.&lt;br /&gt;I &lt;strong&gt;Piano Magic&lt;/strong&gt; di Glen Johnson salgono sul palco che sono ormai le tre del mattino. I più stanchi tra il pubblico si lasciano andare lungo le gradinate che compongono l’arena, ma sono la minoranza.&lt;br /&gt;La maggior parte della gente è accalcata sotto il palco ed attende il set dei Piano Magic come se si trattasse di uno dei grandi big della rassegna. Dopo un soundcheck lungo e piuttosto laborioso, le luci si spengono e la band inglese viene accolta da un boato incredibile. La scaletta è, ovviamente, incentrata prevalentemente sull’ultimo (ottimo e sottovalutato) “Disaffected”. A stupire però è la resa dei brani che vengono totalmente riarrangiati e riassettati per risultare più consoni all’esecuzione dal vivo.&lt;br /&gt;Quelli che si aspettavano un’oretta di musica suffusa, suonini elettronici delicati e botta e risposta tra voce maschile e femminile rimangono spiazzati. La “faccia” live di Piano Magic è più sporca e nervosa. Le atmosfere rimangono quelle malinconiche ed emotive dei dischi, anche se a farla da padrone è il suono di una chitarra elettrica che non rinuncia ad improvvisi scatti di rumore.&lt;br /&gt;Vengono eseguiti solo i pezzi cantati da &lt;strong&gt;Johnson,&lt;/strong&gt; figura di leader improbabile ed impacciata ed allo stesso tempo fiera ed assolutamente credibile.&lt;br /&gt;Il concerto finisce ed in testa rimane una forte sensazione di spaesamento.&lt;br /&gt;Ed ora? Dove si va ora?&lt;br /&gt;In preda alla più totale indecisione decido di bighellonare per l’area festivaliera, mangiare un boccone e godermi a sprazzi alcuni degli ultimi live e dj set in programma (gli Alter Ego costretti a saltare per un problema tecnico, gli improbabili ed incapaci “rappusi” Wiley ed il sound system della Kompakt), trovo pace e calma solo quando ricapito nei pressi del Rockdelux .&lt;br /&gt;Sta per iniziare il dj/live set di DJ Krush, i pochi coraggiosi sfidano il freddo (incredibile ma vero) e restano in piedi pronti a danzare e a far ondeggiare la testolina.&lt;br /&gt;Il coraggio non fa parte del mio mondo, mentre assistere ad un bellissimo dj/live set hip hop/breakbeat e tutte le altre definizioni che volete voi decisamente sì.&lt;br /&gt;Le note di &lt;strong&gt;Dj Krush&lt;/strong&gt; mi accompagnano fino all’alba.&lt;br /&gt;Poi si va a dormire. Sono stanco, ma felice. L’essere sopravvissuto indenne ad una giornata così ricca di eventi e frenetica nei tempi va diritto a far numero tra i miei record personali.&lt;br /&gt;Ne sono fiero. Domani si ricomincia.&lt;br /&gt;&lt;a href="http://photos1.blogger.com/blogger/7425/552/1600/pannelo%20solar.jpg"&gt;&lt;img style="CURSOR: hand" alt="" src="http://photos1.blogger.com/blogger/7425/552/200/pannelo%20solar.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;TERZO GIORNO&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Il terzo giorno resuscitò”, secondo le Scritture.&lt;br /&gt;Devo ammettere che, non riuscendo a rotolare fuori dal letto prima dell’ora in cui normalmente ci si abbandona alla “pennica”, ho sinceramente finito per dubitare di quanto sopra.&lt;br /&gt;Basta poco, però, e sono di nuovo in piedi. Assonnato e distrutto dalla fatica, ma in piedi.&lt;br /&gt;Un pranzo a base di pesce ed una birra ristoratrice mi mettono dell’umore adatto per affrontare un’altra giornata di concerti. Mi perdo (me misero, me tapino) sia il live degli Czars che quello di Vic Chesnutt, ma riesco ad arrivare in tempo per i &lt;strong&gt;Tortoise&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;Prima, però, mi reco nei pressi del main stage dove, già da un po’, sta suonando &lt;strong&gt;Josh Rouse&lt;/strong&gt;. Non presto molta attenzione a quello che succede sul palco, preferisco concentrarmi sulla birra e sulle canzoni, che ascoltate da seduti su un prato assumono quasi i colori delle composizioni degli Wilco, ma più pop. Nel senso di radiofoniche.&lt;br /&gt;Giusto il tempo di essere messo a conoscenza dell’annullamento dei &lt;strong&gt;Television Personalities&lt;/strong&gt; ed arriva il turno proprio delle tartarughe di Chicago.&lt;br /&gt;Non è la prima volta che li vedo, ed ammetto che i loro ultimi lavori discografici mi hanno lasciato piuttosto freddo, per non dire totalmente indifferente. Ed è così, con le aspettative di chi è abituato a non aspettarsi niente di niente, che prendo posto all’interno dell’auditorium del forum. Auditorium che definire gremito è riduttivo.&lt;br /&gt;I &lt;strong&gt;Tortoise&lt;/strong&gt; attaccano gli strumenti agli ampli e tutto risulta chiaro. Sono in forma. In ottima forma.&lt;br /&gt;Confermano tutto quello che si dice da tempo su di loro: hanno abbandonato il rock, vanno sempre più alla deriva verso un jazz che con un po’ di paura viene quasi da definire “latin”, ma non sono diventati accademici.&lt;br /&gt;Nossignore.&lt;br /&gt;Sono freddi, matematici, distanti – questo sì - ma non hanno perso nulla della carica che avevano nei primissimi anni novanta. O forse, l’hanno ritrovata proprio questa sera. Di fronte ad un pubblico adorante ed in delirio. Finito il concerto, faccio pochi passi e mi trovo di fronte i&lt;strong&gt; Dogs Die In Hot Cars&lt;/strong&gt;. Uno dei “nuovi gruppi inglesi” più attesi del festival, grazie anche all’investitura di “nuovi XTC” che li accompagna sin da quando hanno mosso i primi passi da band.&lt;br /&gt;Purtroppo soffrono della stessa malattia che accomuna molte band d’oltremanica: tanto curati su disco, quanto raffazzonati ed improvvisati dal vivo.&lt;br /&gt;Le canzoni sono gradevoli, ma i suoni mal bilanciati (soprattutto una fastidiosissima tastiera) ed un cantato piuttosto stonato pregiudicano la riuscita del concerto.&lt;br /&gt;Giusto il tempo per fare un salto a dare una occhiata alla “sagra di paese” allestita da &lt;strong&gt;Steve Earle&lt;/strong&gt; (grossa delusione) ed è già il turno dei &lt;strong&gt;Dirtbombs&lt;/strong&gt;. Vero mito del garage-rock americano (il cantante è Mike Collins, il fondatore dei seminali &lt;strong&gt;Gories)&lt;/strong&gt; e veri e proprie macchine da palco.&lt;br /&gt;Il loro live è uno dei migliori del festival. La bizzarra formazione (una sola chitarra, due bassi e due batterie), riesce nell’intento di far divertire il pubblico e allo stesso tempo dà vita ad un concerto veramente riuscito. Il finale, in pieno stile rock and roll, arriva con la distruzione degli strumenti e la chitarra di Mick suonata con i denti (!). Incredibili.&lt;br /&gt;Mentre il sacro fuoco del rock n’ roll aleggia ancora sull’Escenario Nasti, mi rimetto le gambe in spalla per godermi qualche minuto degli “altri redivivi” The Wedding Present (sembravano in palla, non c’è che dire) e rifaccio il tragitto inverso per prendere posto sotto il palco che vedrà i &lt;strong&gt;Futurheads&lt;/strong&gt; agitarsi e dimenarsi per un’oretta. O quasi. Anche loro, come tutte le band inglesi del momento, sono giovani, carini ed indossano la cravatta sopra la camicia a maniche corte.&lt;br /&gt;A differenza dei sopraccitati Dogs Die In Hot Cars, suonano più che bene ed ancora meglio riescono a gestire le parti vocali (ci voleva davvero poco).&lt;br /&gt;Li abbandono prima che arrivino alla fine del loro set, ma solo per un motivo: la storia.&lt;br /&gt;La storia che sta per salire su un palco e sta per fare del rumore.&lt;br /&gt;La storia chiamata &lt;strong&gt;Sonic Youth&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;&lt;a href="http://photos1.blogger.com/blogger/7425/552/1600/sonic%20youth.jpg"&gt;&lt;img style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" alt="" src="http://photos1.blogger.com/blogger/7425/552/200/sonic%20youth.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;I “nostri” aprono con una lunga intro di chitarra, che confluisce in I Love You Golden Blue a cui seguono altri tre estratti dall’ultimo “Sonic Nurse”. Il bello ovviamente deve ancora venire.&lt;br /&gt;Ed arriva: Pacific Coast Highway, Catholic Block, Expressway To Your Skull e Motel eseguite praticamente una dietro l’altra. Senza lasciare un minimo di respiro.&lt;br /&gt;Thurston Moore saluta il pubblico alla sua (stralunata) maniera e abbandona lo stage. Solo una piccola pausa, ovvio. E solo Teenage Riot, ovvio. Non c’è fine migliore per un concerto dei Sonic Youth. Ed infatti, finisce così.&lt;br /&gt;Neanche il tempo di farsi scrocchiare le dita dei piedi, che subito si presenta una dolorosa scelta: &lt;strong&gt;Out Hud&lt;/strong&gt; o&lt;strong&gt; They Might Be Giants&lt;/strong&gt;?&lt;br /&gt;Nonostante l’appeal (forte) del side project dei !!!, alla fine sono i secondi ad avere la meglio.E ci mancherebbe pure.&lt;br /&gt;I TMBG hanno la storia dalla loro parte, e sul palco fanno il possibile per non deludere la curiosità del pubblico europeo. Più unici che rari, vista da vicino sembrano la versione nerd e piuttosto tendente al cazzeggio dei Pixies.&lt;br /&gt;OK, lo sapevamo già, ma giuro che questo lato emerge con ancora più potente chiarezza se si ha la fortuna di trovarseli davanti. Mettono in scena un vero e proprio teatrino, cercando di non tralasciare niente della lunga carriera della band, con un occhio di riguardo sui molteplici side-project ed il nuovo album (mai uscito in Italia) “The Spine” a farla, ovviamente, da padrone.&lt;br /&gt;Non è un concerto facile, il loro. L’attitudine caciarona ed incline al prendersi poco sul serio fa sì che, tra il pubblico, i non iniziati rimangano di sasso, mentre il resto della ciurma finisce per applaudire ed alzare le mani al cielo a piè sospinto. Come i “fedeli” che assistono alla proclamazione di un nuovo Papa.&lt;br /&gt;Archiviati i They Might Be Giants, rimane comunque alto il fattore nostalgia. In un certo senso, sembra che il calendario di questa terza giornata di festival sia stato compilato tenendo d’occhio un giornale del millenovecentoottantacinque.&lt;br /&gt;Arriva, infatti, anche l’ora dei &lt;strong&gt;Gang Of Four&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;La loro reunion era talmente nell’aria (grazie anche al florilegio di imitatori e presunti figliocci che sono assurti all’onore delle cronache degli ultimi anni) che trovarseli sul main stage non sorprende praticamente nessuno. Il loro concerto è piuttosto altalenante, o così me lo fa sembrare la stanchezza accumulata in tre giornate (e nottate) vissute molto intensamente.&lt;br /&gt;Se dal punto di vista strumentale la band sembra in gran forma, non si può dire lo stesso del cantante. Spesso fuori tono e fuori luogo, finisce per compromettere gran parte dell’esibizione.&lt;br /&gt;Peccato, perché i pezzi di “Entertainment!”fanno sempre la loro porca figura, e sarebbe stato lecito aspettarsi molto di meglio (nonostante l’esaltante “finalone”).&lt;br /&gt;La cantante dei &lt;strong&gt;Go Team!&lt;/strong&gt; è sul palco da cinque minuti e sembra una versione, di colore e molto più carina, di Samuel dei SubsOnica misto ad un animatore di villaggio turistico.&lt;br /&gt;Non fa altro che agitarsi, ed agitare il pubblico, chiedendo di muovere le mani a tempo e seguire le sue improvvisate coreografie.&lt;br /&gt;Nonostante questo (o soprattutto per questo), dal vivo risultano più che piacevoli.&lt;br /&gt;Sono più asciutti e banalmente rock, rispetto alle loro prodezze “di studio”, ma molto divertenti e di forte impatto. Il loro “bastard-pop suonato” finisce per diventare un qualcosa di più normale (chitarre elettriche, beat hip hop, voce soul e – pochi - campionamenti assortiti), ma nessuno sembra accorgersene. Tutti sono qui per dondolare la testa e le mani a tempo. E per urlare: “Go Team! Go Team! Go Team!”.&lt;br /&gt;Riemergere dopo un set del genere, sudato ed ancora più stanco, e trovarsi di fronte una band come gli &lt;strong&gt;M83&lt;/strong&gt; è un’esperienza ai confini della realtà. Il ritmo, il buon umore e la spensieratezza diffusi poco prima dai Go Team! finiscono per trasformarsi in qualcosa di diverso e totalmente opposto.&lt;br /&gt;Se poco prima a trionfare era la “cassa grossa”, ora è il turno del cesello.&lt;br /&gt;Umbratili e dilatati come su disco, gli M83 ci guidano verso quella che secondo i piani dovrebbe essere la vera fine del &lt;strong&gt;Primavera Sound 2005&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;Il dj set di &lt;strong&gt;Erlend Oye dei Kings Of Convenience&lt;/strong&gt;.&lt;br /&gt;Pare che il nostro eroe abbia firmato un contratto con “Il Capo del Mondo” per concludere tutti i festival europei by himself.&lt;br /&gt;E così, eccolo qui ad agitarsi sul palco alle prese con le sue selezioni che vanno dagli Human League a Bruce Springsteen, senza tralasciare le sue “hit” da solista e momenti che strizzano l’occhio alla dance vera e propria.&lt;br /&gt;Sono le cinque del mattino, la gente è esausta. La stanchezza è visibile sui volti degli improvvisati ballerini, come in quello dello stesso Erlend. Eppure nessuno sembra volersi schiodare.&lt;br /&gt;Erlend, dal canto suo, coinvolge alcuni Broken Social Scene che, incappucciati, si cimentano nell’inedito ruolo di cubisti. Il sole sorge inclemente, lo show sta per raggiungere il suo apice, ma gli addetti al palco ne hanno abbastanza e staccano le casse.&lt;br /&gt;Il cantante/dj/ballerino – soprattutto- prende il microfono, ed in piedi sulla console cerca di cantare una canzone di commiato.&lt;br /&gt;Ma niente, non c’è tempo.&lt;br /&gt;Il Primavera Sound è finito. Erlend alza le mani al cielo e saluta.&lt;br /&gt;Finalmente si dorme.&lt;br /&gt;&lt;a href="http://photos1.blogger.com/blogger/7425/552/1600/people.jpg"&gt;&lt;img style="CURSOR: hand" alt="" src="http://photos1.blogger.com/blogger/7425/552/200/people.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;QUARTO GIORNO (la festa e la sua conclusione)&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ed invece no, come tradizione vuole, il festival si riappropria della sua città, grazie ad una tripletta di concerti in quel dell’Apolo, spazioso e molto confortevole club che si trova in pieno Barrio Chino. Sul palco ci sono i&lt;strong&gt; Richmond Fontaine&lt;/strong&gt; e, udite udite, i &lt;strong&gt;Broken Social Scene&lt;/strong&gt;. Di nuovo.&lt;br /&gt;Se i primi si dimostrano dei buonissimi epigoni degli Wilco e finiscono per convincere molto più che su disco, sono i secondi (e ci mancherebbe) a catalizzare tutta l’attenzione dei presenti.&lt;br /&gt;Richiamati all’ultimo per sostituire i 50 Foot Wave (la nuova band di Kristin Hersh), i nostri canadesi preferiti (con l’aiuto degli archi degli altri nostri canadesi preferiti, Arcade Fire) si sbattono come pochi e danno vita all’ennesimo concerto esaltante.&lt;br /&gt;Purtroppo, però, l’organizzazione è inclemente e dopo soli quaranta minuti (in cui vengono eseguiti molti brani che troveranno spazio nel nuovo album), la band viene rispedita a casa. E noi con loro.&lt;br /&gt;E’ infatti prevista all’Apolo una serata disco-gay, e secondo i gestori del locale questa popolazione potrebbe non trovarsi d’accordo con il pubblico indie. Mentre abbandono il club, indeciso se proseguire la nottata oppure gettarmi finalmente alla conquista del letto, rimango divertito ad osservare la colorata moltitudine di persone in fila e penso che è questo il bello di un posto del genere. Di un festival del genere. Mentre attraverso la Rambla del Raval, facendo slalom tra prostitute e pusher, mi ritorna in mente il verso di quella canzone italiana:&lt;br /&gt;“In questo presente che capire non sai l’ultima volta non si scorda mai”:&lt;br /&gt;Lo so: diceva “non arriva”.&lt;br /&gt;Ma come chiosa non sarebbe stata altrettanto efficace.&lt;br /&gt;&lt;a href="http://photos1.blogger.com/blogger/7425/552/1600/DSCN2214.jpg"&gt;&lt;img style="CURSOR: hand" alt="" src="http://photos1.blogger.com/blogger/7425/552/200/DSCN2214.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div align="left"&gt;Al prossimo Primavera.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/12379006-112738852402420290?l=indie-ssolvenza.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/112738852402420290'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/112738852402420290'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://indie-ssolvenza.blogspot.com/2005/09/primavera-estate-autunno-inverno-e.html' title='Primavera, estate, autunno, inverno e… ancora primavera'/><author><name>colas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01770508510427584088</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-12379006.post-112532253521384873</id><published>2005-08-29T06:29:00.000-07:00</published><updated>2005-08-29T06:35:35.226-07:00</updated><title type='text'>Home Alone. Intervista a Stephen Malkmus</title><content type='html'>&lt;strong&gt;Atto primo:&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Il giovane cronista prende il telefono. E’ visibilmente emozionato. Mentre compone il numero pensa a quante volte ha ascoltato questa voce su disco, alla volta in cui lo ha visto dal vivo, e a quelle in cui si è ritrovato, con gli amici, a cantare a squarciagola Here.&lt;br /&gt;Il telefono suona libero. Il giovane cronista è carico ed emozionato.Vuole fare una grande intervista, o per lo meno una buona.&lt;br /&gt;Anche mediocre non sarebbe male. L’importante è non farsi attaccare il telefono in faccia o subire la cosiddetta “maledizione di J Mascis”.&lt;br /&gt;Il telefono continua a squillare.&lt;br /&gt;“Non risponde”. Il giovane cronista è sconsolato.&lt;br /&gt;Parte la segreteria. Stephen Malkmus non c’è. Bisogna chiamarlo più tardi.&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;Atto secondo:&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Il giovane cronista prende in mano il telefono per l’ennesima volta. Nelle ultime ventiquattro ore ha provato a richiamare il numero decine di volte.&lt;br /&gt;Di Stephen Malkmus ancora nessuna traccia. L’ufficio stampa cerca di trovare spiegazioni. In realtà nessuno sa cosa sia successo. Il telefono suona libero. Il giovane cronista si è ormai messo l’anima in pace. Ormai non crede più alla possibilità di portare a casa questa intervista.&lt;br /&gt;Stephen Malkmus, l’ex cantante dei Pavement, ha appena pubblicato un nuovo album solista.&lt;br /&gt;Avremmo dovuto parlarne, ma… niente, il telefono squilla ancora.&lt;br /&gt;Il giovane cronista sta per attaccare quando:&lt;br /&gt;“Hello!”&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Malkmus&lt;/strong&gt; risponde. L’intervista inizia&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Ciao Stephen, avevo perso la speranza ormai…&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;“Eh sì, capisco. Ti chiedo scusa, ma non sai cosa è successo. Ho viaggiato di notte da Portland a New York e sono rimasto bloccato per delle ore in aeroporto. Un inferno. Anche perché non potevo avvertire nessuno, la mia famiglia…”&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Vero, ho letto sul sito della Matador che stai per diventare padre.&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;“No, no. Lo sono già! Sono appena diventato papà (ride, ndi).”&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Beh, devo dire che sei in buona compagnia. Quest’anno anche Lou Barlow e FrankBlackFrancis hanno avuto figli. Potreste farli conoscere e costringerli a mettere su una band.&lt;br /&gt;Secondo me, con le royalties potreste vivere di rendita.&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;“Eh, sì. Mica male (ancora risate). Quasi quasi li chiamo. Comunque essere padre è bellissimo e strano al tempo stesso.”&lt;br /&gt;I&lt;strong&gt;mmagino che avrai parecchio tempo da spendere in casa, adesso.&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;“Oh sì. È fantastico. Sai, quando i bambini sono così piccoli e ancora non parlano, non è molto impegnativo stargli dietro. Se non sei la mamma, l’unica cosa che puoi limitarti a fare è prenderli in braccio e portarli in giro, fare le facce sceme. Cose così.&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Fortunatamente sto approfittando della situazione per lavorare su un po’ di canzoni nuove.”&lt;br /&gt;Molte saranno delle ninne-nanne, suppongo.&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;“Sì, anche. Ogni tanto provo a cantarle qualcosa. Ormai, non faccio in tempo a prenderla in braccio che comincia a frignare e mi guarda con un’espressione strana. Sembra quasi voglia implorarmi di non cantare. Probabilmente non le piaccio! A parte gli scherzi, ho un sacco di tempo da dedicare alla chitarra. Ho già accumulato un po’ di materiale su cui lavorare, solo che non riesco mai a concentrarmi sui testi. Però ti giuro che le parti di chitarra funzionano veramente bene.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Anche questo disco appena uscito è “fatto in casa”.&lt;br /&gt;Quando ne ho letto per la prima volta, avevo seriamente pensato che si trattasse di un album chitarra e voce. Un lavoro intimo e solitario. Invece è tutto il contrario.&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;“Il fatto è che neanche io so mai cosa potrà succedere quando inizio a lavorare ad un nuovo album. Comincio che ho in testa una direzione precisa e finisco con lasciarmi attrarre da soluzioni diverse. Per cui inizio ad usare strumenti diversi, a tirare fuori nuovi suoni, cambiare gli arrangiamenti ed alla fine mi ritrovo con un qualcosa che neanche io mi sarei mai aspettato.&lt;br /&gt;Credo dipenda dal mio segno zodiacale. Sono dei gemelli e forse, anche se sono una persona sola, ogni volta che faccio un qualcosa è come se a farlo, effettivamente, fossero due persone.&lt;br /&gt;Due persone in una sola.”&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;E’ così quindi che sono nati i pezzi più disco, perdonami la parola, come Pencil Rot e Kindling For the Monster. Sperimentando?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;“Parli dei pezzi con la drum machine? Sì, anche quelli sono nati senza che avessero una direzione precisa dall’inizio. Sai, ultimamente ho scoperto un nuovo modo di scrivere le canzoni. Prima nascevano sempre con la chitarra. Adesso invece, mi diverto a cercare forme nuove.&lt;br /&gt;E’ bellissimo come sia possibile creare una canzone intera partendo da una serie di loop, o da un pattern ritmico.”&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Mi sbaglio, o per questi pezzi hai preso come modello un modo di concepire le canzoni, per così dire, “europeo”? Strano per uno come te, così fortemente americano.&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;“Sì, per questo disco ho ascoltato molta musica proveniente dall’Europa. Per esempio, non so se ti ricordi quella band svedese… gli Europe. Loro sono una grandissima fonte di ispirazione per me. Diciamo che più che alla musica europea mi sono ispirato agli Europe (scoppia di nuovo a ridere).&lt;br /&gt;Schervavo, eh. Mica ci hai creduto davvero?”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;No, ma stavo già cantando The Final Countdown. “Face The Truth” è il primo dei tuoi tre dischi solisti ad uscire solo a nome Stephen Malkmus.&lt;br /&gt;I primi due erano nati in collaborazione con i Jicks. Cos’è, dobbiamo considerare questo come il tuo primo vero album?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;“No, anche se ho lavorato da solo per la maggior parte del tempo, “Face the Truth” non sarebbe mai venuto fuori se non avessi potuto beneficiare dell’aiuto dei Jicks in alcuni pezzi. Ecco, diciamo che questo è un disco di Stephen Malkmus con un sacco di persone che aiutano Stephen Malkmus a seconda delle canzoni. Ci sono io, ma ci sono anche gli altri dei Jicks ed alcuni altri amici e musicisti di Portland.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Proprio la città di Portland sembra avere, ormai, acquisito un ruolo importante nella tua musica.&lt;br /&gt;Non so se ti è capitato di leggere la guida scritta da Chuck Palahniuk sulla tua città (in Italia edita da Mondadori con il titolo di Portland Souvenir). Secondo quel libro, Portland sarebbe una città bizzarra in cui tutto può accadere. E’ veramente così, com’è viverci?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;“Sono ormai sette anni che sto lì e devo dire che è un bel posto. In realtà non così stramba come dice lui. Un po’ eccentrica lo è sicuramente, ma è comunque una città in cui è molto facile vivere.&lt;br /&gt;Solo adesso sta diventando come tutte le altre città dell’America, in cui c’è molto caos, molte macchine in giro… ogni giorno nascono nuove band…&lt;br /&gt;Per me non è un problema, io sto in un quartiere molto tranquillo, vicino a me abitano dei signori anziani ed un dottore. Io per loro sono solo ‘il tizio che suona il rock and roll ed abita nella casa all’angolo’. Loro non danno fastidio a me ed io non do fastidio a loro.”&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Non ti manca affatto New York?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;“Beh, ora sono qui. Ho un piccolo appartamento che divido con altre persone e ci torno quando posso. Diciamo che New York non è proprio il posto ideale per vivere quando si ha una…ehm… famiglia. Gli appartamenti sono più cari, è la vita in genere che lo è. Portland da questo punto di vista è molto più tranquilla, quasi hippie. Stando lì abbiamo potuto fare il parto naturale, cosa che a New York non sarebbe stato proprio possibile.”&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Quanto tutta questa calma ha influito sui testi dell’album? A me sono sembrati sempre molto ben scritti ed ironici. Anche se un po’ più seriosi rispetto al passato. E’ il segno dei tempi che corrono, oppure una scelta legata più alla crescita personale?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;“Sicuramente la seconda. Cerco sempre di essere molto accurato nella scrittura dei testi, anche se… non capisco tutta questa ricerca della ‘sincerità’ a tutti i costi. Secondo me la sincerità è un valore un po’ sopravvalutato. C’è questa idea che i cantautori siano degli stregoni, le uniche persone al mondo a conoscere la ‘verità’, le uniche persone in grado di far credere alla gente cosa è giusto e cosa no. A me questo non interessa, io non voglio scrivere canzoni ‘credibili’, voglio scrivere canzoni emozionanti. Emozionanti per me e per chi le ascolta, ma soprattutto per me”&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Quanto conta la tua esperienza di lettore nei testi che scrivi?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;“In realtà non molto, sono più le cose che mi succedono, la musica che ascolto e le apparecchiature che uso per registrarla che m’influenzano (ride, ndi). Comunque leggere mi piace molto, anche se ultimamente non ho trovato nulla di nuovo che mi ha fatto perdere la testa. Un libro che mi ha molto divertito è Lucky Jim di Kingsley Amis, il padre di Martin Amis. Poi mi è piaciuto The Public Image di Muriel Spark, una scrittrice inglese. Tra l’altro il libro è ambientato in Italia, però… che ti devo dire, la mia immaginazione è sicuramente più stimolata dalle cose che ti ho detto prima che dalla lettura.”&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Che ruolo hanno le apparecchiature che usi per registrare? Cos’è, hai scoperto anche tu la tecnologia? Immagino che questo disco sia stato fatto con ProTools…&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;“No, no no. Scherzi? Quella roba non fa per me. Tutto quello che uso io dev’essere analogico. Lo so che adesso non lo fa quasi più nessuno, ma a me piace così. Non c’è spazio per il programming nella mia musica e nemmeno per le ‘macchinette’ che rendono intonata la voce. Ma questo mi sembra evidente, basta sentire come canto male (scoppia di nuovo a ridere, ndi).”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Hai visto cosa sta succedendo nel mondo della musica indie? I Modest Mouse hanno venduto un milione di copie e molti gruppi underground vengono chiamati a suonare in show e serie televisive come The O.C. Mi viene da chiedere cosa avrebbero potuto fare ora i Pavement, se solo suonassero ancora insieme. Pensi che avreste potuto ottenere un successo più grande?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;“Probabilmente avremmo suonato anche noi in The O.C. Anche perché non penso sia così difficile finire in una loro puntata. Ovviamente scherzo, sono rimasto molto colpito da quello che è successo ai Modest Mouse. Un milione di copie, ti rendi conto? E’ tantissimo, ed in pratica loro lo hanno raggiunto grazie ad una canzone sola, ma non c’è una spiegazione logica per questo. Non significa nulla, non è significativo di un buon momento per il ‘movimento indie’. E’ solo un caso. Anzi un miracolo. Un vero miracolo, lo stesso che aveva fatto vendere cinquecentomila copie ai Breeders.&lt;br /&gt;Vuoi sapere se sarebbe potuto accadere lo stesso con noi? No, per diversi motivi.&lt;br /&gt;In primo luogo noi non avevamo dietro le spalle una ‘major major’ come la Sony.&lt;br /&gt;Secondo: non avevamo la ‘canzone perfetta’. Ne abbiamo scritte tante di buone, ma quella perfetta mai. E va bene così: in fondo ci siamo divertiti ed avevamo un buon numero di fan, questo mi basta.”&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Ultimamente si stanno riunendo tutti, ora anche i Dinosaur Jr. In pratica mancate solo voi e gli Husker Dü. Non vi passa proprio per la mente l’idea di tornare insieme?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;“Credo che si riuniscano anche loro. Ma sai, per i terzetti è più facile. Anche per i quartetti come i Pixies, ma riunire un gruppo di cinque persone…è difficile, difficilissimo.&lt;br /&gt;Il problema è il quinto uomo, non si trova mai, non si sa che fine abbia fatto. Il quinto uomo manca sempre e per colpa sua non ci si può riunire.”&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Dai, sul serio: neanche la ristampa di “Crooked Rain, Crooked Rain! e l’attenzione che ha suscitato vi ha fatto pensare per un secondo di riformare la band? Sono passati quasi sei anni e c’è un sacco di gente che non vi ha mai visto e potrebbe ascoltare la vostra musica per la prima volta. Com’è accaduto per i Pixies, ad esempio.&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;“Sì, ma… io ho visto i Pixies lo scorso anno e fra qualche settimana suoneranno di nuovo qui a New York. Li ho visti e non ho quale sia la relazione tra quello che stanno facendo loro adesso e la musica. Non so perché lo stiano facendo, ma l’impressione è che dietro ci sia solo una questione di soldi ed io non voglio che per noi sia così. Potrebbe succedere di vedere i Pavement di nuovo insieme, magari per un concerto. Ma non ora e neanche fra cinque o dieci anni. E soprattutto non, noi non siamo mai stati un gruppo in grado di smuovere un grande business, per cui se ci riuniremo sarà solo per divertimento. Quando ci andrà lo faremo, ma non accadrà prossimamente.”&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;OK, OK. Cercavo di convincerti ma non ci sono riuscito. Ho letto però che ti sei ritrovato con qualcuno della band per registrare il nuovo Silver Jews. Giusto?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;“Sì abbiamo collaborato al nuovo disco di David. Secondo me è venuto fuori qualcosa di veramente bello, anche se non ne so molto.&lt;br /&gt;Io sono stato lì per una sola settimana e poi sono tornato a casa per finire il mio disco. Ultimamente sono molto impegnato con le mie cose e questo mi rende felice. C’è la promozione di questo album da fare, il tour da preparare ed un altro disco, per cui ho già preso un anticipo da un etichetta europea, da finire. Un sacco di cose e poi… ovvio…c’è la bambina.”&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Allora ti lascio andare alle tue cose. Ultima domanda: tempo fa ho letto che il tuo obbiettivo massimo è quello di scrivere una canzone bella come Oceans dei Velvet Underground.Ci sei riuscito?&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;“No, però penso di essere riuscito lo stesso a scrivere belle canzoni. Belle in maniera diversa, ma comunque belle… decenti, quantomeno.”&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/12379006-112532253521384873?l=indie-ssolvenza.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/112532253521384873'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/112532253521384873'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://indie-ssolvenza.blogspot.com/2005/08/home-alone-intervista-stephen-malkmus.html' title='Home Alone. Intervista a Stephen Malkmus'/><author><name>colas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01770508510427584088</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-12379006.post-111466895765688106</id><published>2005-04-27T23:14:00.000-07:00</published><updated>2005-04-27T23:15:57.660-07:00</updated><title type='text'>Revisionismi:J Mascis – Martin &amp; Me</title><content type='html'>Il bello delle canzoni è che ci puoi fare quello che vuoi. Sempre.&lt;br /&gt;Puoi storpiarle o tentare di riprodurle fedelmente, puoi provare a riscriverne il testo secondo quelli che sono i tuoi umori del momento oppure cantarle “ a pappagallo”, come si faceva da bambini con le poesie. Soprattutto quelle di Natale. Soprattutto quelle recitate in piedi sulla sedia, in attesa che un parente più clemente degli altri sganciasse una mancia degna di questo nome.&lt;br /&gt;Il fatto è che le canzoni (quelle belle) sono fatte apposta per rimanere attaccate al cuore ed alla testa delle persone, ci mettono pochissimo tempo ad abbandonare il privato di chi le ha scritte e trasformarsi in qualcos’altro. Qualcosa di diverso, ma altrettanto significativo.&lt;br /&gt;Nel 1996, in Italia, le radio davano ancora un po’ di spazio  alla “nostra musica” e poteva capitare di spendere serate intere attaccati ad un apparecchietto a transistor, giusto per scoprire quali fossero i dischi da non perdere assolutamente e le novità da seguire con attenzione. &lt;br /&gt;Per anni non sono mai uscito di casa quando andava in onda Planet Rock.&lt;br /&gt;Ve lo ricordate Planet Rock, no?&lt;br /&gt;Lo trasmettevano sul secondo canale nazionale ed era un vero “miracolo”: uno show che senza soluzione di continuità ti faceva ascoltare un brano di musica elettronica sperimentale seguito dal singoletto della band britpop di turno, programmava per il martedì un concerto dei Pavement e per il giorno dopo uno dei Guns ‘n’ Roses. Così, senza barriere o limitazioni di sorta.&lt;br /&gt;Nell’estate di quell’anno, gli autori del programma si erano inventati uno strano sistema per valutare i dischi in uscita: una strana scala di valori che partiva dal “disco valido” (appena sufficiente) ed arriva al “disco pentavalido” (capolavoro assoluto).&lt;br /&gt;La sera in cui “Harmacy” dei Sebadoh venne riconosciuto per quello che è, vale a dire un disco che dovrebbe essere distribuito con il latte la mattina in quanto necessario e nutriente, trasmisero anche un pezzo da “Martin &amp; Me”, il primo lavoro solista di J Mascis. Era una cover degli Smiths (The Boy With a Thorn in His Side) eseguita solo con voce e chitarra. La voce di Mascis e una chitarra chiamata Martin. Per la precisione. &lt;br /&gt;Lo bollarono come: “La solita roba”. Il solito J Mascis che non riusciva a reggere il confronto con il suo amico/nemico di sempre Lou Barlow.&lt;br /&gt;Invece era tutt’altro: era il racconto di una alzata di testa, la storia di una presa di posizione. &lt;br /&gt;Era J Mascis che catturava le canzoni dei Dinosaur Jr e le riportava alla forma privata in cui erano state concepite, era il modo con cui “il nostro” si riappropriava del suo passato e lo trasformava nella prima pietra di quello che da lì in poi sarebbe stato il suo futuro. &lt;br /&gt;Ascoltare i brani di “Martin &amp; Me” uno dopo l’altro, fa uno strano effetto, pescati a caso dalla miriade di album pubblicata dai dinosauri nel corso di un decennio (1986 -1996), in realtà sembrano appartenere tutti allo stesso periodo storico, come se fossero stati scritti per l’occasione.&lt;br /&gt;Questo è insieme il più grande difetto e il più grande pregio dell’album e dell’intera carriera di Mascis sia con i Dinosaur Jr, sia da solo che in compagnia dei Fog: la capacità di scrivere canzoni immediatamente riconoscibili e capaci di trasformarsi in classici. Canzoni contraddistinte da una sorta di marchio di fabbrica talmente evidente da farle sembrare ognuna il clone dell’altra. Un marchio di fabbrica evidente come forse solo quello di Stephen Malkmus e di Neil Young, ma questo già si sa.&lt;br /&gt;Quello che non bisogna far finta di non sapere è che canzoni come Get Me, Thumb e Keeblin non le scrivi se sei uno qualsiasi, canzoni come quelle le fai solo se sei “un grande”.&lt;br /&gt;E J  Mascis grande lo è stato fin da subito, fin da quando girava l’America in compagnia di gente come i Sonic Youth e gli Wipers, l’epoca in cui veniva chiamato dalle giovani band (per dirne una: i fantastici Buffalo Tom degli esordi) per cercare di dare “il suo tocco”, il tocco del dinosauro, ai loro dischi.  Quello che rende “Martin &amp; Me” un disco diverso da tutti gli altri è quel senso di solitudine che riempie tutti i solchi dell’album, una solitudine  voluta, cercata ed ottenuta un po’ per riaffermare quella paternità della musica di cui parlavamo poco fa, e un po’ raccontare una vicenda centrale per la storia dell’underground americano e non solo.&lt;br /&gt;La storia di un uomo solo al comando.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/12379006-111466895765688106?l=indie-ssolvenza.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/111466895765688106'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/111466895765688106'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://indie-ssolvenza.blogspot.com/2005/04/revisionismij-mascis-martin-me.html' title='Revisionismi:J Mascis – Martin &amp; Me'/><author><name>colas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01770508510427584088</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-12379006.post-111434242036816106</id><published>2005-04-24T04:18:00.000-07:00</published><updated>2005-04-24T04:33:40.373-07:00</updated><title type='text'>Oltre la traversa</title><content type='html'>&lt;strong&gt;IL MIGLIORE (E IL PEGGIORE) DEL 2002&lt;br /&gt;Migliore: Luciano/Eriberto&lt;br /&gt;Peggiore: Fabio “va in mona” Capello&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Non è stato propriamente un buon anno il duemilaedue, mondiali deludenti,Galliani presidenti della Lega...solo il Chievo Verona e il volto perennemente imbronciato del brasiliano triste Luciano, il calciatore precedentemente conosciuto come Eriberto, sono riusciti a non farmi perdere l’amore per il gioco del pallone. Una storia che sa di calcio anni trenta e sembra scritta direttamente da Osvaldo Soriano, un calciatore che per emergere è costretto a cambiare identità e data anagrafica ed una volta arrivato al successo manda tutto all’ortiche perché devastato dai sensi di colpa è l’esatto contrario del calcio multimiliardario e truffaldino dei vari Cagnotti e Zamparini, ma anche di Recoba. Cosa c’è di peggio di un vincente che non riesce ad accettare le sconfitte? Assolutamente niente  e Fabio Capello è in assoluto il rappresentante più titolato della categoria. Per questo e per mille altri motivi (il ridicolo comportamento nei confronti di Montella in primis) per me il peggiore del duemilaedue è senz’altro lui.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Michel Platini   &lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Quando Michel si chiamava “Le Roi” era il mio idolo, uno dei primi poster appesi in cameretta. Mio padre sostiene che a sette anni mi ero messo in testa di scrivere un libro su di lui,&lt;br /&gt;poco più che pensieri di bambino: “ Platini è il più forte giocatore del mondo, più di Maradona, è bravo, intelligente e vince sempre, proprio come il mio compagno di classe Francesco…”.&lt;br /&gt;Francesco l’ho rivisto qualche giorno fa in metropolitana con tanto di giacca, cravatta e ventiquattrore…uno splendido quarantenne, ma con tre lustri di meno.&lt;br /&gt;Finisce sempre così: da piccoli si è brillanti, interessanti e con il mondo ai propri piedi e da grandi si diventa “consulenti globali di Pubblitalia”…oppure amici intimi di Blatter.&lt;br /&gt;Ora l’unica foto di calciatore appesa nella mia stanza è quella di George Best…una scelta di campo!      &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Zico&lt;br /&gt; Le Qualità Della Danza&lt;br /&gt; &lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;C’era un tempo in cui i ballerini riempivano i teatri, la gente faceva la fila per vederli danzare ed era disposta a spellarsi le mani per un “doppio passo” fatto come si deve.&lt;br /&gt;Quando ballava Zico i teatri si chiamavano: Friuli, San Siro, Comunale ed Olimpico. Nessuno di questi era La Scala: al posto del legno c’era l’erba, le poltroncine erano scomodi sedili di plastica e non confortevoli sedie di velluto imbottito, per entrare non serviva lo smoking tanto nessuno aveva il tempo di guardare i vestiti . Quando ballava Zico se eri bravo, ma bravo davvero, minimo minimo finivi al Bolshoi, adesso ti va bene se ti lasciano un posto nella accademia di Amici di Maria De Filippi…che i coreografi sono tutti nell’altra stanza ad applaudire il primo Gattuso che capita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Marco Van Basten&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Io Van Basten lo odiavo!!&lt;br /&gt;Come direbbe il mio amico Marco: “Uno così lo fermi solo con i calci”.&lt;br /&gt;E difatti solo i calci lo hanno fermato, quelli inferti dai bisturi più di quelli dei difensori.&lt;br /&gt;Ho chiari nella memoria gli epici duelli con Kohler e Pietro “Zar”Vierchowod, per non parlare dei goal splendidi che per elencarli tutti non basterebbe la durata media di un film di Kierostami.&lt;br /&gt;Van Basten era la cosa più vicina alla perfezione che io abbia mai visto in un campo di calcio, il centravanti che tutti vorremmo vedere nella propria squadra del cuore, ma giocava per  il Milan…ed io lo odiavo! Come odiavo i tifosi che dei suoi numeri perfetti potevano goderne e non solo soffrirne come il sottoscritto, un sentimento che neanche anni di Papin, Kluivert, Bierhoff e Jose Mari sono riusciti a sopire.&lt;br /&gt;Lo odiavo ma quando ha smesso di giocare per poco non piangevo…com’è che diceva quella canzone? Ah ecco: “…E’ odio mosso d’amore…”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Diego Armando Maradona&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;Penso che canzoni come “Debaser” le scrivi solo se hai“il tocco”e penso che se hai“il tocco”poco importa se fai successo oppure no. Frank Black lo sapeva che non sarebbe mai diventato una rockstar: grassoccio, carattere difficile,troppo chiuso dentro se stesso, ma qualche soddisfazione deve essersela certamente tolta. D’altronde creare una raccolta di perle come “Doolittle” equivale a vincere un campionato del mondo di calcio e “Where is my mind?” è come farlo dopo che in semifinale hai segnato il goal più bello della storia. L’unica cosa che non so perdonare a Francis è il non essersi messo da parte nel momento giusto, il voler dimostrare a tutti i costi che uno come lui non può scoprirsi improvvisamente mediocre. Frank lo sappiamo che non sei un mediocre, ma ti prego smetti…smetti giusto l’attimo prima di diventare Maradona,  cuore a pezzi, sulla spiaggia dell’Avana. Con la differenza che Diego sul tetto del mondo c’è salito per d’avvero…e sarà dura farlo scendere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Champions League 2003&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Andrij Shevchenko poggia la palla sul dischetto del rigore: “Il nano pelato ha detto che questa vittoria sarà come un voto di fiducia per il suo governo…”, fa l’Armando mentre Sandro Piccinini ci ricorda di acquistare il settimanale Controcampo. Elio ha gli occhi fissi sul televisore, la Juventus ha già fallito tre rigori:“Ma guarda che faccia, l’ucraino!!!Figuriamoci se sbaglia…”dovrei dire qualcosa anche io, ma si sa in certe situazioni mi si azzera la salivazione e infatti: “Vado a prendere le birre?”.&lt;br /&gt;Mentre armeggio con il tappo di una pessima Poretti mi perdo la scena madre: Sheva prende la rincorsa, guarda negli occhi Buffon e tira. Un tocco soffice e vellutato che spiazza il portiere e…si stampa sul palo! Ora tocca al vecchio Ciro Ferrara:per lui rincorsa breve e…goal!! Dida non può fare nulla. L’ultimo rigore è per Paolino Maldini, il grande capitano. Si capisce subito che qualcosa non va e difatti il pallone sorvola la traversa : “Come Baggio nel 1994!!!” urla l’Armando mentre si alza in piedi e stappa una bottiglia di spumante. La Juve vince la coppa, Berlusconi (Silvio) non regge allo shock e si dimette, il figlio “Dudi” cade in depressione e viene abbandonato dalla “Letterina”…è andata così no?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Campionato italiano 2002/2003&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt; A perdere i campionati non ci si abitua mai, figuriamoci quando succede all’ultima giornata e per giunta dopo essere stati in testa alla classifica per mesi. Oddio se fossi dell’Inter probabilmente sarei preparato ad affrontare una cosa simile, ma grazie a dio non lo sono ed è una sensazione del tutto inedita. Eppure sembrava tutto perfetto, questo doveva essere l’anno buono…l’hanno detto anche da Biscardi.  Lo so verso gennaio c’era stato un momento di flessione però poi la squadra aveva reagito bene. L’allenatore aveva saputo riprendere le redini con fermezza e decisione, superata la crisi i goal de “l’uomo di ferro” hanno fatto il resto, per non parlare delle perfette geometrie del centrocampista centrale, geometrie che se fossi Mario Sconcerti non esiterei a definire cartesiane. Ma Sconcerti non sono e purtroppo un campionato memorabile è andato alle ortiche per colpa di una partita mediocre contro una squadra mediocre. Vorrà dire che ci riproveremo il prossimo anno…tra l’altro mi hanno detto che hanno ripristinato la serie A! Grazie Doria…bentornata!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Io mi pento spesso:&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;mi pento di non essere andato a Firenze a vedere Springsteen, mi pento di aver acquistato il primo numero del Rolling Stone italiano, e di aver pensato,anche solo per cinque minuti, che: Melissa P fosse una scrittrice, Muccino un regista e David Platt un allenatore.&lt;br /&gt;E poi: mi pento di non aver visto Capossela a teatro, mi pento di aver consigliato ad un amico lo spettacolo di Air più Baricco, mi  pento di essermi comprato pure il disco (sempre di Air più Baricco) e soprattutto mi pento di aver visto più di una puntata de : “L’Isola dei Famosi”.&lt;br /&gt;Insomma, mi pento di un sacco di cose, ma di quelle che ho scritto per Oltre La Traversa proprio no.Anzi: mi pento di aver detto che Diego Armando Maradona ha segnato il goal più bello della storia del calcio durante le semifinali di Mexico 86…erano i quarti di finale, maledetto testone!!.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/12379006-111434242036816106?l=indie-ssolvenza.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/111434242036816106'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/111434242036816106'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://indie-ssolvenza.blogspot.com/2005/04/oltre-la-traversa.html' title='Oltre la traversa'/><author><name>colas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01770508510427584088</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-12379006.post-111433872406531504</id><published>2005-04-24T03:30:00.000-07:00</published><updated>2005-04-24T04:17:41.516-07:00</updated><title type='text'>Tra le pareti (Julieshaircut home environment)</title><content type='html'>&lt;em&gt;"They play me on the radio and that's the way I like it..."&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che poi, in un certo senso, spiega tutto questa frase qua sopra e quello che vi apprestate a leggere non vuol dire niente.&lt;br /&gt;Forse.&lt;br /&gt;La storia è molto semplice: tra la fine del 2004 e l'inizio del 2005, proprio nel periodo dei pandori/panettoni/partite a carte/cinte slacciate per il troppo mangiare/baci sotto il vischio e "...meno nove, meno otto, meno sette...", i Julie's Haircut si ritrovano in casa per registrare delle canzoni (quasi) in acustico da regalare in dono a sette radio selezionate in lungo e in largo nella penisola.&lt;br /&gt;Detto così non è niente di nuovo.&lt;br /&gt;E' un po' quella cosa che John Peel (pace all'anima sua) ha fatto per anni.&lt;br /&gt;Seppure in maniera diversa.&lt;br /&gt;La novità sta in un gruppo di persone che si tirano dietro la porta (con gli annessi e connessi psicologici/filosofici che questa cosa comporta e che non spiego. Non sono Gigi Marzullo, anche se come capelli siamo lì) e decide di tenersi dentro solo uno sparuto numero di amici e collaboratori. Un po' come affermare che far quadrato in certi momenti è una cosa importante.&lt;br /&gt;Che riacquistare l'intimità delle quattro mura, magari dopo un anno speso a fare su e giù dai palchi, ogni tanto è una cosa necessaria.&lt;br /&gt;Il bello di queste session sta proprio nel seguire questa idea d'intimità e cercare di renderla pubblica senza lasciarla snaturare.&lt;br /&gt;E poi ci sono le canzoni. Canzoni che avevano bisogno di prendersi altri spazi che non sono quelli angusti e stretti (e tondi) dei compact disc (i vinili sono un'altra cosa, nei vinili c'è più aria).&lt;br /&gt;Canzoni che vanno ascoltate, registrate e regalate agli amici.&lt;br /&gt;Oppure: passate in mp3 e diffuse via internet in barba a tutti i decreti di questo mondo conosciuto, urbani ed extra urbani.&lt;br /&gt;Fatelo. I Julie's non vi dicono di no.&lt;br /&gt;Per un sacco di motivi, ma soprattutto perché se lo meritano.&lt;br /&gt;Canzoni vecchie (Chip And Fish Brain), nuove (In The Air Tonight, The Big Addiction, The Last Living Boy In Zombietown) e nuovissime (First Drop Of Morning Sun).&lt;br /&gt;Ascoltate una di seguito all'altra in queste versioni inedite, spogliate di tutti gli orpelli ed arricchite di nuovi colori, sembrano il perfetto viatico per capire i Julies che furono e quelli che saranno. L'impeto punk del passato e quello pop del presente letti in una nuova chiave di lettura. Una chiave diversa, ma non meno interessante, che passa anche per la riscoperta di alcuni classici.&lt;br /&gt;Breathe dei Pink Floyd ("I Pink Floyd!! Ma non eravate un gruppo indie?"), che a suo modo è quasi uno standard. Una canzone che fa parte (volente o nolente) del dna di tutti quelli che nella loro vita hanno avuto a che fare con chitarre, bassi, batteria e quant'altro.&lt;br /&gt;Walkin' With Jesus degli Spacemen 3, che più che una cover  l'atto d'amore di una band nei confronti di un'altra. Un po' come dare a Cesare quello che è suo. Ed allo stesso tempo tenersene un pezzo.&lt;br /&gt;Broken Imaginary Time dei Soundtrack of Our Lives. Un gruppo che solo per il nome che si è scelto meriterebbe un posto in paradiso ed invece si ritrova ad essere quasi ignorato.&lt;br /&gt;When Tomorrow Comes. Gli Eurythmics. Che poi sarebbero un gruppo degli anni ottanta. Peggio: un gruppo pop degli anni ottanta. Uno di quelli super noti, per giunta. Una canzone che fa parte del bagaglio genetico di una generazione e che ristabilisce un grande assioma: Una bella canzone è una bella canzone. Alla faccia delle etichette, i suffissi e i prefissi che spesso si divertono ad attaccare alla musica che ci piace.&lt;br /&gt;In pratica, Home Environment è la monetina per accedere al juke box privato dei Julie's Haircut. Sta a voi decidere se spingerla o no nella fessura.&lt;br /&gt;Ed anche in questo senso: spiegava tutto la prima frase.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/12379006-111433872406531504?l=indie-ssolvenza.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/111433872406531504'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/111433872406531504'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://indie-ssolvenza.blogspot.com/2005/04/tra-le-pareti-julieshaircut-home.html' title='Tra le pareti (Julieshaircut home environment)'/><author><name>colas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01770508510427584088</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-12379006.post-111433841350190168</id><published>2005-04-24T03:24:00.000-07:00</published><updated>2005-04-24T04:36:40.353-07:00</updated><title type='text'>Not Tomorrow, No Mañana...Today!!</title><content type='html'>Primavera Sound Estrela Damm Festival 2004&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A Barcellona “il mattino ha l’oro in bocca”, ed è cosa chiara ai più. Te ne accorgi subito appena sceso dall’aereo guardando le facce cordiali e segnate dalla vita tipiche dei catalani. Te ne accorgi quando metti piede per la prima volta nell’area dedicata al festival e subito ti trovi invischiato in una serie di operazioni difficili da espletare ed essenziali per andare avanti. L’organizzazione del festival prevede delle formalità burocratiche a cui sottostare: e poco importa che tu abbia sullo stomaco una serie indefinibile di birre allungate con la limonata e cibo (ottimo) di varia specie.&lt;br /&gt;Però, si sa, la rigidità è spesso sinonimo di perfetto sincronismo e controllo totale della situazione ed il Primavera Sound è per questo aspetto l’eccezione che conferma e rafforza la regola. Mai vista una tre giorni così caotica e così perfettamente gestibile. Una vera e propria anomalia. Una preziosa anomalia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Primo giorno: 27/05/2004&lt;br /&gt;Una volta entrati nei pressi del Rockdelux stage (il secondo palco in ordine di grandezza) si rimane immediatamente colpiti dalla stranezza del venue. Una specie di stranissimo paesello medioevale ricostruito nei pressi del Montjuic. I primi ad inaugurare le danze e rompere il ghiaccio con l’ancora esiguo pubblico sono i Love of Lesbian. Catalani, i nostri sembrano subito a loro agio sul palco ed allietano la platea con il loro sound che unisce sonorità di stampo indie americano con il gusto pop tipico delle band spagnole. Scherzano (“Ciao, siamo contenti di suonare per voi. Dimenticavo: ci chiamiamo Pixies”) e divertono. Subito dopo è il turno di Refree, sempre dalla Spagna. Cantautore dai tratti oscuri e rarefatti (una strana via di mezzo tra Will Oldham e i Death In June), propone uno show intenso anche se decisamente monocorde. Passa in fretta e lascia il palco a La Buena Vida vero e proprio mito del pop indipendente a righe orizzontali gialle e rosse. La loro musica ricorda prepotentemente quella di band come Delgados e Slowdive. Una via dolce e rarefatta allo shoegaze. Il tempo di fare un salto ad un altro stage dove il VeraCruz Sound System fa ballare la folla con Hey Ya! degli Outkast ed è già il turno dei Pretty Girls Make Graves. Uno dei nomi più attesi. Il loro stile è sempre il solito: una fusione nervosa ed urticante di sonorità emo core e rock and roll. Il concerto alla lunga si rivela piuttosto noioso ed è un vero peccato che un tale sfogo di energie riesca a lasciare nell’ascoltatore poco o nulla. Ma chi se ne importa: siamo qui per Dizzee Rascal e per ballare. Il concerto del pischello dalla lingua più veloce del mondo è divertente e di alto livello. Peccato che (nonostante i freestyle tra una canzone e l’altra) sia durato veramente poco. La serata giunge al culmine con il dj set dei fantastici 2 Many Dj’s. Preso il possesso della console con un intro rubata direttamente al Ritual De L’Hobitual dei Jane’s Addiction e sconvolto la folla con estratti da un album degli Slayer, i nostri optano per un set più classicamente house che raggiunge il suo massimo punto di catarsi emotiva con il mash up tra Daft Punk e Clash. Il tutto si chiude con Breed dei Nirvana sparata a volume da audiolesi. È impossibile restare fermi ed infatti nessuno ci resta. Miss Kittin è già sul palco che scatta foto alla gente…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Secondo giorno: 28/05/2004&lt;br /&gt;Arrivo al festival in tempo per un po’ di Dayna Kurtz (cantautrice in bilico tra Black Heart Procession e Nora Jones, niente di che) e per l'inizio del concerto dei Raveonettes. Esattamente come me li aspettavo: rock and roll, glam e noisy al punto giusto, giocano a fare Ike and Tina che giocano a fare i Jesus And Mary Chains. La cantante si fa notare per una fantastica maglietta: "Italians Do It Better" e per altre innumerevoli qualità che non sto qui a raccontare (ehm ehm....). Non resto fino alla fine del set: la consapevolezza che, ad un paio di salite di distanza, uno degli eroi minori del sottoscritto stia finalmente per calcare le scene, mi spinge lontano da li. Sto parlando di David Freel, meglio conosciuto come colui che si grava pesantemente di un fardello di nome Swell, una band che conoscono sì e no in quattro persone ma che vale assolutamente la pena di scoprire. Lo show è sorprendente: nervoso e rilassato al tempo stesso, forte di quella sgarrupatezza tipicamente indie americana che tanto ci piace. Il Nasti Stage (un invivibile ed angusto tendone) è popolato da un buon numero di persone che (incredibile ma vero) cantano a squarciagola brani come Sunshine Everyday ed Oh My My. Una conferma. Giusto il tempo di una clara ed è gia ora degli attesissimi Franz Ferdinand. Il concerto mi piace gran lunga di più di quello visto in Italia qualche mese fa. Gli spagnoli saltano come pazzi ad ogni canzone e non esitano ad esprimere il loro disappunto quando, saltato l'impianto, i FF continuano a suonare (evidentemente le spie funzionavano) come se nulla fosse successo. Incredibile osservare le facce dei componenti della band che, non essendosi accorti di quello che stava accadendo, esternavano angoscia e stupore (insomma, la tipica faccia da: “Oddio, mi sa che stiamo facendo proprio schifo”) per la reazione veemente del pubblico. Risolti i problemi si prosegue senza un attimo di pausa fino a Darts Of Pleasure che, come al solito, genera delirio collettivo al momento del "superfantastico" coro finale. Causa stanchezza, decido di arenarmi nei pressi del main stage in attesa dei Mudhoney, perdendomi così il concerto di Sun Kil Moon (il pittore Mark Kozelek con Tim Mooney del club americano della musica). A quanto mi è stato detto: uno dei momenti migliori del festival. Quando salgono sul palco i Mudhoney ho la sensazione grandissima di trovarmi all'interno di un grandissimo paradosso: è la prima volta che li vedo ma so esattamente cosa aspettarmi. Le attese infatti vengono totalmente confermate: grezzi, sfacciati ed ironici come solo i Mudhoney sanno essere ed infatti sono (fantastico intermezzo di Mark Arm alle prese con uno pseudo rockabilly di trenta secondi mentre Guy Maddison, al basso, si cimentava con l'imitazione delle movenze di Angus Young/Jack Black, fate voi). Ma come dice Samuele Bersani: “Nella vita c'è sempre un però” ed il però dei Mudhoney si chiama una acustica decisamente insostenibile (per capirci: le chitarre si sentono bene solo nei primi tre pezzi, poi da quelle stramaledette casse incominciano ad uscire solo bassi... e stiamo parlando di un concerto totalmente impostato sulle chitarre) che mi fa reggere fino al momento di ascoltare alcuni classici, ma poi la noia prende il sopravvento e decido di spostarmi sotto l'angusto tendone di poco sopra, per andare a vedere la fine di Casiotone For The Painfully Alone. Non riesco ad entrare e sento tre pezzi del suo concerto seduto su una panchina, tre pezzi in cui Owen Ashworth si becca tutti gli appellativi possibili (da "capo dei Nerd", a "Ciccio Bombo cannoniere", passando per il più suggestivo "Daniel Electro Johnston"). Chi era dentro mi racconta di laptop e tastierine (Casio, oh yeah) disposte a semi cerchio e di un concerto nel complesso per niente male. A seguire ci sono i The Russian Futurists, quintetto canadese estremamente elettro-naive che intrattiene il pubblico divertito con melodie non prive di grazia ironica. Nel frattempo, al Rockdeluxe Stage suonava James Chance and The Contorsions. Grandissimo impatto e grandissimo suono: funk bianco ed avanguardia fusi insieme per "lo zio dei !!!", un concerto che si preannuncia bello ed imperdibile ma che abbandono solo dopo due pezzi. Questione di scelte. Ecco, lo so, adesso voi "guardiani della fede" comincerete a blaterare che non si può mollare un concerto del genere per andare a vedere una band che "fa canzoni", solo delle banalissime canzoni, sostenendo che qui c'è la storia della musica, che non capisco un accidenti e che James Chance forse non avrò mai più occasione di rivederlo. Ed avete ragione, avete proprio ragione. Ma per me la musica è questione di emozione, cuore e cervello ed i miei organi vitali quella sera volevano questo. Volevano gli Wilco. Perché questo è il suono che mi accompagna da un sacco di tempo, perché Jeff Tweedy canta in un modo stupefacente, perché la sua faccia rovinata dall'abuso di medicinali e la sua attitudine valgono più di qualsiasi altro evento imperdibile. La formazione comprende due chitarre, un polistrumentista che si divide tra violino, percussioni ed anche lui chitarre, un tastierista, un bassista-percussionista-tastierista-seconda voce e Glenn Kotche assoluto dominatore della batteria. In scaletta si alternano i brani di Summerteeth, Yankee Hotel Foxtrot e del nuovissimo A Ghost Is Born. Decido di emozionarmi, decido di sprecare un po’ di fiato per cantare e per ingaggiare con una giornalista spagnola un discorso pseudo filosofico (molto pseudo) sul testo di I'm Tryng To Break Your Heart, decido di aver assistito ad un concerto splendido. Per intensità e suoni, uno dei più belli visti a Barcellona. Decido che sono soddisfatto e mi metto ad aspettare i Pixies (di cui si parla più diffusamente qualche pagina più avanti). Invece no, non ce la faccio. Guardo il programma, teso e concentrato come uno scommettitore in procinto di scegliere i cavalli per la tris. Individuo il mio cavallo vincente, si chiama Electrelane e sta già scalpitando nell’affollatissimo Nasti Stage. Le quattro giovani di Brighton danno vita ad un live di grandissimo impatto, supportate da pezzi davvero eccezionali (tanto dall’ultimo strepitoso “The Power Out” che dall’esordio “Rock It To The Moon”), che si prestano a delle versioni live mozzafiato. Rachel al basso, concentrata ed impassibile, Emma alla batteria picchia duro ma con quella grazia alla Keith Moon, Verity si alterna tra chitarra e tastiere, e canta; inglese, francese, e spagnolo… Oh Sombra! la cantano tutti. Ma la reginetta della festa è la chitarrista Mia Clarke, che a vederla sembra una di quelle classiche inglesine-carine-biondine-occhiazzurri-taglia42, che ti aspetteresti di trovare un sabato pomeriggio dentro lo Shopping Centre di Brighton, tra H&amp;M ed Accessorize, intenta nella ricerca del gingillo da indossare la sera al club. E invece è li sul palco a straziare la sua chitarra, a suonarla ad una velocità da ritiro della patente, a guardare in faccia chi dalla platea non riesce a staccarle gli occhi di dosso, e a dar vita, non senza una buona e necessaria dose di ironia, a dei complessi esperimenti di tecnica chitarristica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Terzo giorno: 29/05/2004&lt;br /&gt;Mi dirigo verso la location del festival, e già la malinconia si affaccia a ricordarmi che lo sto facendo per l’ultima volta. Cerco di scacciarla mettendomi ad urlare a squarciagola God is seven!!! Funziona. Appena entro nella piazzetta del Rockdelux, vengo accolto dalla “musa minima del pessimismo cosmico”, ovvero quella Nina Nastasia che un basco vicino a me si ostina a chiamare a voce alta Òla Niña. Il concerto sarebbe ancora più intenso e toccante se solo non fosse così presto (18:30), e se non ci fossero così tante persone distratte ed intente a fare altro. Alle 19:30 sul Nasti Stage è in programma Devendra Banhart. Voglio essere li prima di lui. Guadagno la prima fila senza particolari affanni, ed assisto così, tra una coppia di fan di Milano ed una dark tedesca (tutti e tre incalliti fumatori senza pietà per il prossimo, vi ringrazio, ovunque voi siate), ad una delle esibizioni più intense, toccanti e commoventi a cui abbia mai assistito. Il suo ultimo album è un capolavoro assoluto, ma dal vivo, canzoni quali This Is The Way, It’s A Sight To Be Hold, This Beard Is For Stobhan e Todo Los Dolores diventano ancora più belle, di una bellezza ancestrale, che ti porta così indietro e lontano da farti girare la testa. Quel suo modo di stare seduto come se dovesse scappare da un momento all’altro, quella sua barba lunga, quei vestiti da giramondo e quella voce, tra Nick Drake e Jeff Buckley, struggente e bellissima. Dopo la magia di Devendra, mi muovo ormai con sorprendente familiarità verso l’enorme arena dove è in programma il gran finale del Primavera: Liars, Elbow, PJ Harvey e Primal Scream. I Liars, dopo lo spogliarello iniziale del cantante, presentatosi con uno zuccotto dai colori e disegni grunge, danno vita ad un gran bel live, dimostrando di aver trovato un ottimo affiatamento con il nuovo batterista, vera spina dorsale del nuovo corso dei bugiardi. Dopo di loro, gli Elbow sembrano prevedibili e scontati come i tiri in porta di Del Piero. …E all’improvviso arriva Polly, avvolta da un vistoso vestito giallo e scarpe da sera, si muove sul palco sicura, sorridente e carismatica. PJ Harvey ha voglia di suonare, e lo fa alla grande; qualche vecchio classico, ma molto Uh Huh Her nella scaletta. Il pubblico in estasi gradisce. A seguire, e a chiudere il Festival al Nitsa-Apolo, ci sono i Primal Scream. Anche Bobby Gillespie &amp; Co. sembrano essere sorpresi dalla generosa folla spagnola, e così si mettono a suonare ad una velocità pazzesca, con Bobby che corre incessantemente da una parte all’altra del palco. A questo spettacolo di dinamismo sfrenato fa da contrasto un immobile Kevin Shields, che, pur non guardandosi più le scarpe, passa comunque il tempo a fissare la sua chitarra, assorto e narcolettico, nonostante il putiferio che gli ruota intorno. E così finisce il Primavera Sound, penso. Ma mi sbaglio, e di grosso. Vengo infatti trascinato, intorno alle 03:40, da una folla festante che intona il ritornello di Me And Giuliani Down By The Schoolyard mentre improvvisa una sorta di trenino che mi porta fino all’Escenario Nasti, dove sono appena saliti sul palco i !!!. Che dire, quello della numerosa formazione newyorkese è stato semplicemente il live più dinamico, sorprendente, eccitante e sovversivo del Festival. Mentre il loro disco sembra ingabbiarli, più che dar loro voce, dal vivo rompono gli indugi e spazzano via qualsiasi paragone con altri esponenti del cosiddetto filone punk-funk. Il loro non è un concerto, è una esperienza di catarsi collettiva: i musicisti che si scambiano gli strumenti e si intrecciano sul palco con ordinata confusione, i loro amici Liars in estasi poco più in là, e tutto il pubblico (e quanto!!!) che balla, salta e si contorce come se non fossero ormai le 4:30 del mattino dopo tre giorni di Festival, o, forse, lo fa proprio per questo. Come un immenso fuoco d’artificio finale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(Emiliano Colasanti + Andrea Albensi)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/12379006-111433841350190168?l=indie-ssolvenza.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/111433841350190168'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/111433841350190168'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://indie-ssolvenza.blogspot.com/2005/04/not-tomorrow-no-maanatoday.html' title='Not Tomorrow, No Mañana...Today!!'/><author><name>colas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01770508510427584088</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-12379006.post-111427431453010802</id><published>2005-04-23T09:27:00.000-07:00</published><updated>2005-04-23T09:38:34.543-07:00</updated><title type='text'>Broken Social Scene: All In The Family</title><content type='html'>Fare un’intervista non è mai facile: dipende sempre da chi ti trovi davanti. Dal suo stato d’animo in quel momento e dalla capacità dell’intervistatore di mantenere la calma.&lt;br /&gt;Anche dopo due ore di ritardo, anche dopo aver scoperto di dover attendere fino alla fine del soundcheck.&lt;br /&gt;D’altronde è scritto nelle stelle: rock 'n' roll (che sia indie-, post-, o qualsiasi altro prefisso vi venga in mente, non conta) vuol dire genio (a volte) e sregolatezza (spesso). Per cui c’è poco da fare: lasciare a casa i nervosismi è la prima regola da rispettare quando si vuole confezionare una buona intervista.&lt;br /&gt;Noi ci abbiamo provato. Giudicate voi se ci siamo riusciti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Roma 24 novembre 2004&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Oggi non mi sento molto bene, credo di avere un po’ di febbre”.&lt;br /&gt;Kevin Drew (voce, chitarra, tastiere, e chi più ne ha più ne metta, dei Broken Social Scene), si aggira nei meandri del Circolo Degli Artisti, ancora vuoto.&lt;br /&gt;Cappellino di lana saldo sulla testa, intento a coprire i lunghi capelli biondi, una bottiglia di birra che sembra direttamente impiantata nella mano destra, come un Capitano Uncino con la giacca a righe e le spillette, mi spiega il perché del suo malessere:&lt;br /&gt;“Non dovremmo essere qui. È molto bello suonare da voi, in Europa, ma abbiamo dovuto interrompere le registrazioni del nuovo album e partire per quattro settimane di tour. Suoniamo quasi ogni sera, e prima di ogni concerto facciamo promozione, interviste, session acustiche per le radio. Non è facile: oggi si apre il nostro tour italiano e siamo già stanchi, ma va bene così. Nonostante tutto so che quando saliamo sul palco riusciamo sempre a dare il meglio, e questo mi rincuora non poco.”&lt;br /&gt;Ed eccola qui, subito, la notizia che tutti volevamo sentire: i Broken Social Scene sono al lavoro su un nuovo album, l’attesissimo seguito di ‘You Forgot It In People’. Un disco destinato a fare il botto nonostante nessuno, neanche il gruppo, abbia idea di che direzione precisa possa prendere:&lt;br /&gt;“Ho sentito in giro che probabilmente uscirà a febbraio. È una bugia. Ci stiamo ancora lavorando e penso che ne avremo per parecchio altro tempo. È una cosa molto strana: certi giorni ci sembra che tutto vada OK e quasi quasi vorremmo chiudere lo studio e lasciare l’album così com’è. Altre volte succede che mentre ascoltiamo il materiale registrato ci si accappona la pelle e vorremmo rifare tutto daccapo. Se tutto va bene dovrebbe essere pronto per maggio, ma non riesco ad essere preciso: registrare un disco, in genere, è un processo molto difficile, per noi lo è ancora di più. C’è sempre un enorme via vai in studio ed è difficile riuscire a radunare tutti i musicisti. Inoltre, il nostro produttore ama lavorare solo su tre-quattro pezzi per volta. Ho la sensazione che tutto sia un po’ dispersivo e che dovremmo tornarcene a casa per provare a mettere tutto insieme. Autoconvincerci che è arrivato il momento di terminarlo, questo maledetto album. Il fatto è che ora siamo qui per suonare e siamo sicuri di farlo alla grande, ma è strano salire sul palco ogni sera e suonare i pezzi dei vecchi dischi mentre con la testa si è tutti presi dalla roba nuova. Il pubblico però viene per sentire dal vivo le canzoni che conosce, e lo fa per la prima volta. Noi cerchiamo di fare del nostro meglio per accontentarli, e nel frattempo lavoriamo per noi stessi: in ogni canzone tentiamo di inserire nuovi inserti, arrangiamenti diversi… cerchiamo di arricchire i brani con momenti nuovi. È il nostro modo di sopravvivere alla nostra musica. L’unico che conosciamo.&lt;br /&gt;Il nostro prossimo disco sarà importante. Soprattutto per noi stessi. Sappiamo che c’è una grossa attesa, ma non ne avvertiamo la pressione. Cerchiamo solo di lavorare nel miglior modo possibile e alla nostra maniera. Siamo una band fieramente indipendente e lo saremo ancora. In Inghilterra siamo appoggiati dalla Mercury, abbiamo un discreto numero di persone che si occupano di noi e che ci aiutano ad uscire sulle pagine di NME ed altre merdate simili. Fondamentalmente non ce ne frega un cazzo, ma sappiamo di essere una fottuta indie band che gira per il mondo. E per farlo abbiamo bisogno di un po’ di soldi per sopravvivere e di un bus per muoverci, quando siamo lontani dalla nostra terra. L’interesse delle Mercury rende tutto questo possibile ed è un bene… sono stato abbastanza diplomatico?”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Kevin continua a bere la sua birra, imperterrito, e tra una risata e l’altra cerca di spiegare meglio il suo pensiero:  “Penso che Internet ed il file sharing abbiano rotto il culo al mercato e fatto per noi più di qualsiasi casa discografica. Sappiamo benissimo che qui in Italia e più in generale in Europa, c’è gente che possiede ‘You Forgot It In People’ da più di due anni, nonostante la distribuzione sia attiva solo da pochi mesi.&lt;br /&gt;E queste persone qui sono quelle che verranno stasera, che canteranno le canzoni e che seguono attivamente tutti i nostri show. Negli States si vendono ancora tanti dischi e capisco che le band capaci di muovere grandi cifre cerchino di tutelarsi, ma da voi è diverso. Il mercato è molto più ridotto, ed è vitale che Internet riesca a veicolare la musica più di quanto sia mai accaduto in passato. Se siamo qui è solo perché qualcuno ha scaricato il nostro disco, ne ha parlato bene, ha incuriosito qualcun altro che a sua volta se l’è comprato quando è riuscito a trovarlo originale. Una cosa del genere era impensabile solo pochi anni fa. Ma il passato è andato e il presente è adesso. E sinceramente a me pare un presente grandioso: non siamo mica la fottuta Britney Spears, che ha un regno da difendere, deve lottare per la sua posizione nel jet set. Noi siamo solo una piccola indie rock band che arriva a suonare fuori dal loro stato e lo fa, in parte, grazie all’aiuto della rete. Nonostante tutto abbiamo una nostra piccola etichetta (Arts and Crafts) e cerchiamo di pubblicare i dischi di gente che ci piace: Feist, Apostle Of Hustle, gli Stars. E poi ci sono un sacco di band che non incidono per noi e con cui, prima o poi, ci piacerebbe fare qualcosa: gli Arcade Fire, i Dears, i Metric che sono nostri amici  e poi, ovvio, i mostri sacri come Godspeed You! Black Emperor e Do Make Say Think. Quello che hanno fatto loro è stato importante ed ha aperto la strada a noi e alle altre magnifiche band che ho citato prima.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ed eccola, finalmente, la ‘&lt;a style="mso-comment-reference: GB_2"&gt;famosa scena canadese&lt;/a&gt;’, spiattellata di colpo davanti ai nostri occhi: “In Canada fondamentalmente c’è solo un sacco di gente che cerca di fare la propria musica in maniera onesta. &lt;a style="mso-comment-reference: GB_3"&gt;Questo valeva&lt;/a&gt; per la cosiddetta scena di Montreal ed è così per Toronto, da dove arriviamo noi. Ci si conosce tra i membri dei vari gruppi, ci si scambiano le informazioni, si vanno a vedere gli stessi concerti. Facciamo tutti parte dello stesso mondo e con noi ne fanno parte anche i tecnici del suono, i produttori e i giornalisti.. Sono stati importanti anche loro: hanno incominciato a parlare di quello che facevamo in Canada quando ancora non lo sapevamo bene neanche noi e grazie al loro interesse la comunità si è rafforzata: i gruppi di Toronto hanno iniziato a fare date nei club e a vendere a livello locale, la gente ha iniziato a &lt;a style="mso-comment-reference: GB_4"&gt;sostenerli&lt;/a&gt;. Noi stessi siamo molto fortunati perché abbiamo, a casa, amici che lavorano in ambiti musicali e video, e questo ci dà molto aiuto e molto supporto. Poi adesso ci sono un sacco di realtà pronte a tentare il grande salto e dobbiamo stare attenti a non farci fregare dalla concorrenza. Ovviamente scherzo: fa piacere girare per gli Stati Uniti ed in Europa, dare un’occhiata alle riviste e trovarci sopra le foto dei nostri amici. È una cosa che ci fa sorridere e ci mette allegria. Il Canada è un paese molto piccolo, ma l’aria e la creatività che si respira è talmente buona che…  pensa che da noi i musicisti ricevono anche dei fondi dallo Stato. Siamo molto contenti di venire da dove veniamo. Io stesso sono il primo che mette le mani avanti specificando sempre e comunque di non essere americano. In realtà lo faccio un po’ per gioco: l’America è un paese splendido, popolato da gente splendida. Ogni volta che siamo andati lì per suonare ci siamo divertiti da morire, ma sarebbe stupido far finta di niente. Gli Stati Uniti, al momento, sono pieni di problemi: il paese è diviso, la gente è divisa. In più sono governati da un tizio assurdo, e lo saranno per i prossimi quattro anni. Tutto ciò fa paura, anche se è arrivato il momento in cui tutti i paesi si guardino indietro e capiscano che l’America sta solo cercando di realizzare il suo progetto originario: diventare il paese più potente del mondo. È triste. Tanto triste.&lt;br /&gt;Noi, come voi europei, siamo i primi a gettare merda su come vanno le cose in quel paese, ma sarebbe stupido far finta di niente.&lt;br /&gt;È un brutto periodo per tutto il mondo: ci sono un sacco di paesi che se la passano male, guarda la Cina ed un sacco di posti che noi stiamo scoprendo in questi giorni come la Spagna e l’Italia. Voi avete dei casini, ma fate qualcosa per risolverli. È lo stesso motivi per qui i Broken Social Scene fanno quello che fanno: ogni volta che saliamo sul palco ed è come se dicessimo ecco, questo è tutto ciò che abbiamo, vi prego prendetelo perché in questo momento tutti ne abbiamo bisogno. Perché ogni cosa che viene fatta è ‘politica’: suonare è politica, scrivere canzoni è politica, anche alzarsi dal letto e far vedere che ce la fai ad andare avanti è politica. E noi cerchiamo di farlo tutti i giorni. È il nostro modo di fare rivoluzione.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Già, la rivoluzione. Una parola che non va più di moda, come le Tepa Sport ed il registratore a cassette. Roba da pionieri, come più di qualcuno ha definito i Broken Social Scene:&lt;br /&gt;“Non siamo pionieri, semplicemente facciamo parte di una generazione proiettata nel futuro. Apprezziamo il passato, sappiamo chi sono i Led Zeppelin, ma non c’interessa, vogliamo fare le nostre cose e farle come ci piace. Ognuno di noi fa parte anche di altre band, tutte di estrazione diversissima anche se, quando suoniamo insieme, stenteresti a crederlo per quanto sembriamo compatti. È questa la nostra forza.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Kevin Drew, si alza e ci saluta. È il momento del soundcheck, e vuole riposarsi un po’. Poggia sul tavolino l’ennesima birra e scherzando mi dà appuntamento per il giorno dopo, a Bologna. Nel frattempo il Circolo Degli Artisti si riempie di gente pronta ad assistere al concerto.&lt;br /&gt;Concerto che non delude le aspettative, anzi, le sorpassa mettendo la freccia e &lt;a style="mso-comment-reference: GB_5"&gt;lasciandole &lt;/a&gt;sfilare sulla destra. Come si fa con le macchine in autostrada. I B.S.S sono la band più eccitante da vedere dal vivo. &lt;a style="mso-comment-reference: GB_6"&gt;E per questa affermazione siamo pronti a mettere la mano sul fuoco.&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bologna 25 Novembre 2004&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Arriviamo al Covo che è ancora deserto. I ragazzi del locale si danno da fare, ma della band neanche l’ombra. Sono in ritardo, tanto per cambiare.&lt;br /&gt;Passa quasi un’ora quando Nadine, la tour manager, si affaccia per avvertirmi che Kevin è pronto, se mi va di fare altre due chiacchiere.&lt;br /&gt;Mi raggiunge mentre gli altri iniziano a provare e scherzando commenta il concerto della sera precedente:&lt;br /&gt;“Cazzo, è stato incredibile, E sai cosa? Quando ti ho detto ieri che alla fine il pubblico è uguale in qualsiasi parte del mondo è una cazzata. Cioè: io sono un indie rocker e tu sei un indie rocker, si capisce dai maglioni che portiamo, dai nostri capelli, dalla luce che abbiamo negli occhi. Però è diverso: gli indie rocker americani guardano il concerto, partecipano e ti fanno sentire grande, gli spagnoli ed i tedeschi sono pazzi, anche se alla fine è la stessa solfa. Voi italiani invece, tutta un’altra storia, prendete energia e la rimandate indietro. È grandioso e poi volete toccarci. Ieri un sacco di persone ci davano pacche sulle spalle, ci abbracciavano… veramente strano. Però bello.”&lt;br /&gt;Ride, mi guarda e poi si dirige verso il camerino senza dire una parola. Aveva semplicemente bisogno di un’altra birra.&lt;br /&gt;Nel frattempo inizio a chiacchierare con &lt;a style="mso-comment-reference: GB_7"&gt;Brendan &lt;/a&gt;Canning, che della ‘Grande Famiglia Scena Rotta’ è l’altra anima principale:&lt;br /&gt;“Ieri è stato emozionante, semplicemente emozionante. È questa secondo me la parola migliore per definire il concerto e la musica, non solo la nostra in genere. Penso che si sprechino un casino di parole per definire questo e quello. Ne ho lette di tutti i colori sul nostro conto, spesso ci rido su e penso: ‘Siamo solo una normale indie band”. Ma poi forse una definizione ci può stare: siamo ‘emotional rock’, come dice sempre Kevin. È bellissimo, comunque, suonare in Italia. Siamo la novità qui, la gente viene a sentirci per la prima volta ed è divertente. Abbiamo deciso di fare il tour in questo momento perché era l’ultima possibilità, per un po’, di poter suonare dal vivo con questa band. Fra qualche mese,  o l’anno prossimo, saranno tutti presi dai propri progetti solisti, per cui abbiamo deciso di interrompere le registrazioni e di partire. Penso che questa sia la migliore line-up con cui fare concerti e volevamo celebrarla con un tour in Europa, l’ultimo legato a ‘You Forgot It In People. Siamo eccitati dall’idea di tornare a casa e mettere mano alle registrazioni, ma nel frattempo ci godiamo il momento e questi concerti in paesi bellissimi. Ora come ora mi sento molto carico, provo le stesse sensazioni di quando registravamo il disco predente: sono teso, mi interrogo continuamente sulle decisioni che stiamo prendendo e se queste siano più o meno giuste e nonostante tutto mi sento bene. Convinto che quando chiuderemo la porta dello studio avremo in mano un altro bel disco. Nel frattempo continuiamo a fare le nostre cose. Ad agosto abbiamo scritto e registrato la colonna sonora per un film di Bruce McDonald, un regista canadese molto bravo. Non ne ricaveremo un album da questa cosa, però è stata un’esperienza che ci ha segnato molto e che prima o poi ci piacerebbe rivivere. Tornando all’oggi, siamo sorpresi veramente dell’accoglienza che stiamo ricevendo: noi non abbiamo canzoni che passano in radio, non abbiamo video che passano su MTV, ma la gente ci conosce e ci segue. Tutto grazie al passaparola ed al supporto della stampa e di internet. È come quando ero più piccolo e l’interesse che ora si ha per l’indie lo sia aveva per l’heavy metal. Era difficile trovare i dischi di Slayer, Celtic Frost ed altre cose del genere. C’è lo stesso tipo di vicinanza che il pubblico aveva con quel tipo di gruppi. Il pubblico è diverso in ogni paese, ma tutti abbiamo le stesso background e dopo i concerti finisce sempre che si parla con la gente di musica, libri, cinema. E tutti amiamo Cronenberg e David Lynch, tutti viviamo in maniera democratica ed è bello. Siamo solo un altro pezzo di una piccola rivoluzione”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ed eccoci, di nuovo: ‘rivoluzione’ è la parola chiave. Quella che più spesso esce dalla bocca dei Broken Social Scene. Ed anche Brendan vuole dire la sua:&lt;br /&gt;“Noi abbiamo un bel seguito dalle nostre parti, e questo ci dà la carica per esprimere le nostre posizioni su questioni anche più grosse di noi. È un periodo veramente difficile, e per come la vedo io ognuno deve sbattersi per dire le proprie idee. Dimostrare che c’è un modo per resistere. In Canada abbiamo un sacco di amici, dai musicisti delle altre band a chi ha negozi di dischi e cose del genere, tutti cerchiamo diffondere un messaggio e lo facciamo aiutandoci a vicenda.&lt;br /&gt;Forse è la fortuna di vivere in un posto come Toronto, un posto molto aperto e pieno di diverse culture, un po’ come se fosse la nostra piccola New York. Penso sia più difficile fare un discorso di questo tipo per quelli che invece si ritrovano ad essere nati in posti sperduti tra le montagne.&lt;br /&gt;Anche in Italia credo sia così. Noi in questi giorni abbiamo parlato con chi ci è venuto a vedere e quasi sempre erano persone magnifiche. Poi pensandoci bene capisco che, invece, la maggior parte della gente è quella che alla musica non da attenzione e poi magari vota Berlusconi, la vostra piccola versione di Bush. È molto triste. Soprattutto in un posto bello come questo”. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mentre Brendan finisce di parlare, riappare Kevin con la birra. Mi chiede di accendere il computer per vedere una delle foto che poi finirà su LosingToday. Tra una battuta e l’altra è gia tempo di concerto.&lt;br /&gt;Anche meglio della sera prima, se possibile. Il gruppo appare più sciolto e Kevin si prende spesso il lusso di scherzare con il pubblico, finendo anche per esagerare. Ma il boato che accoglie KC Accidental è qualcosa che toglie il fiato. &lt;a style="mso-comment-reference: GB_8"&gt;Qualcosa che al momento succede sempre e solo a Bologna. Al Covo, per la precisione.&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Faenza 27 Novembre 2005&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lasciamo l’allegra combriccola per un giorno e la ritroviamo che è mattina presto dispersa tra gli stand del Meeting delle Etichette Indipendenti di Faenza.&lt;br /&gt;Il primo che ci viene incontro è Brendan Canning: dopo i saluti di rito, andiamo insieme a spulciare il reparto reggae di un venditore di vinili.&lt;br /&gt;Brandan prende in mano un vecchissimo album di Desmond Dekker, me lo consiglia ed inizia a raccontare cosa è accaduto la sera prima a Milano:&lt;br /&gt;“Eravamo al Rainbow a suonare, e dopo sette pezzi ci hanno fatto smettere perché era prevista la discoteca, ma questa è solo la parte minore della storia. Ad un certo punto mentre eravamo lì che smontavamo e chiacchieravamo con la gente sono entrati nel locale una ventina di agenti di polizia.&lt;br /&gt;C’era il locale circondato dalle macchine. Hanno sgomberato il posto e buttato fuori tutta la gente, in pratica abbiamo dovuto caricare il tour bus di corse e senza capire cosa stava succedendo. Penso ci sia dietro qualche storia di droga”.&lt;br /&gt;Di tutto altro avviso Kevin:&lt;br /&gt;“È stato allucinante. Tutti questi poliziotti, mai vista una cosa del genere ad un concerto. Secondo me è perché mezz’ora prima avevo insultato dal palco Berlusconi.”&lt;br /&gt;Ride e scherza, come al solito. Nel caos della fiera di Faenza trovano anche il tempo per ritirare il premio come miglior indie band straniera dell’anno (grazie ai ragazzi di Freak Out), spulciare qualche altro vinile e ripartire alla volta di Rimini, dove terranno il penultimo dei cinque concerti italiani.&lt;br /&gt;Giusto il tempo dei saluti e di qualche &lt;a style="mso-comment-reference: GB_9"&gt;residuo di chiacchiera&lt;/a&gt; .&lt;br /&gt;Brandan: “È difficile suonare in un gruppo del genere, ma anche molto divertente. Siamo  in tantissimi ed è molto difficile gestire spazi piccolissimi come quelli del tour bus. Ci sono dei momenti in cui ognuno non ne può più dell’ altro e l’unica cosa che vuole fare e sedersi e mandare tutto all’aria. Poi però subentra il rispetto degli spazi altrui e le regole tipiche di convivenza che fanno sì che si riesca a riposarsi da tutto e a crearsi momenti di isolamento forzato. È difficile, ma è la chiave giusta per andare avanti.”&lt;br /&gt;Gli fa eco Kevin Drew: “Se ti dicessi che questo tour sta andando bene mentirei. Certo, ogni sera i concerti vengono bene e c’è sempre un sacco di gente, ma umanamente sono ridotto uno straccio. Sono sempre malaticcio e questo mi fa vivere male il tutto. Siamo sempre appiccicati e non è facile vivere così. L’unico momento di privacy è quando dormo. Sul tour bus.&lt;br /&gt;Solo che certe volte succede che sogno e nel mio sogno vedo gli altri che si aggirano intorno a me ed allora diventa un incubo. A parte gli scherzi: questa è una vita difficile. Lo so che può sembrare una frase del cazzo e che alla fine noi stiamo solo facendo quello che ci piace, ma ti giuro che non è semplice partire e lasciarsi alle spalle fidanzate, famiglie e amici. Sicuramente siamo contenti di vedere posti splendidi e di suonare ogni sera di fronte un pubblico diverso, ma è stancante e sinceramente non ne posso più. Grazie a Dio c’è l’amicizia. È quello che ci dà la forza e ci fa andare avanti. In questa band sono coinvolte quasi venticinque persone, quattordici in questo tour, e tra di noi c’è un legame speciale. Una forza nascosta che ci rende diversi da tutti gli altri. Se non ci volessimo così bene, probabilmente avremmo già smesso”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le porte del tour bus si aprono ed i Broken Social Scene ci salutano. Con la promessa di incontrarci presto. Magari con canzoni nuove da ascoltare.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/12379006-111427431453010802?l=indie-ssolvenza.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/111427431453010802'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/111427431453010802'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://indie-ssolvenza.blogspot.com/2005/04/broken-social-scene-all-in-family.html' title='Broken Social Scene: All In The Family'/><author><name>colas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01770508510427584088</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-12379006.post-111427071867321341</id><published>2005-04-23T08:35:00.000-07:00</published><updated>2005-04-23T08:38:38.680-07:00</updated><title type='text'>Le parole che non ti ho detto (perché tanto non le capisci)</title><content type='html'>Probabilmente sarebbe più facile se davvero venissimo da due pianeti diversi. Se la comunicazione fosse possibile solo previa installazione del Pesce Babele inventato da Douglas Adams per mandare Ford Prefect in giro per la galassia senza incappare in barriere linguistiche di sorta. Marziani e venusiane, come sostiene John Gray nel molto letto e altrettanto vituperato Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere. Pianeti diversi, sistemi linguistici diversi, incomunicabilità certificata e pertanto gestibile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Probabilmente sarebbe più facile, sì.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Invece va più o meno così: ci si incontra, ci si parla, ed è tutto chiaro almeno fino a “ciao, come va?” e a volte già lì è tragedia, a seconda del contesto e dello stato di avanzamento, solidità o decomposizione del rapporto. Figurarsi quando la conversazione verte sui grandi concetti della vita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;1.   Concetto di tempo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È tanto che aspetti?&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Ehi, dove sei?”&lt;br /&gt;“Sono a casa, sto uscendo adesso”.&lt;br /&gt;“Come, ‘a casa”? Come ‘adesso’? Dovevamo vederci fra dieci minuti!”&lt;br /&gt;“Appunto: fra dieci minuti sono lì, non ti preoccupare.”&lt;br /&gt;“Mi preoccupo, invece ed anche tanto: fra dieci minuti tu sarai alla fermata ad aspettare un autobus che non passa. E tutto per questo tuo improvviso impeto ecologista: la macchina non si può prendere perché inquina, però butti per terra qualsiasi cartaccia possibile e...”&lt;br /&gt;“Buttare la carta per terra fa molto paese europeo…”&lt;br /&gt;“Certo, ed anche lasciarmi da sola ad aspettare a due gradi sotto zero e diversi esponenti della mafia cinese che mi girano intorno, fa molto paese europeo? Che poi, da che mondo e mondo, sono io che devo arrivare in ritardo e tu che devi stare lì ad aspettarmi, lo dicono le Regole”.&lt;br /&gt;“… mafia cinese?”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Non ti preoccupare, abbiamo tempo&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“A che ora dobbiamo essere a casa di Claudio?”&lt;br /&gt;“Tranquilla, gli ho detto che saremmo stati lì per le otto e mezza.”&lt;br /&gt;“Otto e mezza? Ma sono le otto ed è dall’altra parte della città! Ma non potevi dirlo prima, così potevo prepararmi?”.&lt;br /&gt;“Vabbè, dai, hai tutto il tempo che vuoi. Quanto ti serve: cinque minuti, dieci?”&lt;br /&gt;“Certo: in cinque minuti mi lavo i capelli, li asciugo, li pettino, poi mi trucco, mi vesto e nel frattempo preparo anche un aperitivo. Lo fai tu uno squillo a quelli del Guinness dei Primati? Sai, se devo stabilire un record, come minimo, vorrei farlo omologare.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Prepariamoci un po’ Prima&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“A che ora hai detto che parte il treno?”&lt;br /&gt;“Alle 15 e 50, però vorrei andarci un po’ prima:”&lt;br /&gt;“Ok. Che dici se usciamo di qui per le tre?”&lt;br /&gt;“Dico che arriviamo in stazione dieci minuti prima del treno e che non è esattamente quello che intendevo quando ti ho detto che volevo arrivarci per tempo.”&lt;br /&gt;“Ma dieci minuti sono un’eternità! Cosa devi fare in stazione: guardare i treni partire, giocare a tressette con il capotreno, ballare la rumba con il controllore?”&lt;br /&gt;“Diciamo che se non sapessi che poi sarei costretta ad accompagnarti al pronto soccorso, ed accumulare altro ritardo, ti avrei già dato un cazzotto sul naso”.&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;Il cuore non ha età&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;“Dov’è la mia borsetta di Hello Kitty? Quella in denim, azzurra… non la trovo più.”&lt;br /&gt;“È qui, ma… non sei un po’ grande per certe cose? La borsa di Hello Kitty la portano le quindicenni e dentro ci tengono l’agenda di Pucca. Non dico che dovresti comprarti un tailleur, ma insomma, un po’ di serietà.”&lt;br /&gt;“… Mmm… hai ragione, sai? A proposito: sono passata in edicola a ritirare Micromega. Il giornalaio ti manda a dire che ti ha tenuto da parte l’album delle figurine del Wrestling, ma per la maschera di Hulk Hogan devi aspettare ancora un po’.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;2.   Concetto di ordine&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chi cerca trova&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Dov’è la mia maglietta? Quella nera con la scritta “Nobody Knows I’m a Lesbian”, l’hai vista?”&lt;br /&gt;“Non lo so. Prima era sul divano. Adesso l’ho persa di vista, in compenso ho ritrovato i pantaloni che cercavi ieri. Fai da solo o chiamo la protezione civile?”&lt;br /&gt;“Spiritosa. Non trovo neanche il cellulare, guardi tu se è sulla scrivania mentre io cerco la maglietta?”&lt;br /&gt;“Potresti darmi un’indicazione meno vaga di ‘sulla scrivania’? La tua scrivania è dispersa da circa tre mesi, credo sia sotto la pila di libri CD giornali tazze cartoni della pizza… va bene, va bene, non mi fare lo sguardo di Evilenko, te lo faccio squillare. Eccolo lì.”&lt;br /&gt;“Grazie. Ah, senti, non è che avresti visto i miei occhiali?”&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;3.   Concetto di ammòre&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non sono una Fidanzata&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Senti: non sarebbe ora di tagliarti quei capelli?”&lt;br /&gt;“Tatatatà! L’hai fatto di nuovo, lo sapevo!”&lt;br /&gt;“Cosa? Che è ‘tatatatà’, che ho fatto?”&lt;br /&gt;“La Fidanzata, hai fatto la Fidanzata. Quella con la F maiuscola e tutti gli annessi e connessi sul come ti devi vestire, quello che è meglio fare, gli impegni da prendere. Insomma: hai fatto la Fidanzata.”&lt;br /&gt;“Non è vero: la Fidanzata non si metterebbe mai delle scarpe come le mie e non ti stirerebbe le magliette dei gruppi indierock. La Fidanzata le magliette le butta e poi ti compra una polo. La Fidanzata, se cambi canale per vedere i goal di Frosinone – Latina ti tiene il muso per una settimana e il sesso te lo puoi pure scordare. E te lo scordi anche tu, se non ti rimangi quello che hai detto”.&lt;br /&gt;“Ehm… OK… diciamo che lo sei ‘tra virgolette’. Va bene?”&lt;br /&gt;“No. E tagliati quei capelli.”&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;Lo famo strano&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;"Dove sono le mie mutande?""E che ne so, le hai lanciate quando sei saltato sul letto cantando la canzone di Sandokan!""Oddio, davvero? E quando l'ho fatto?”"Giusto un attimo prima di tentare di legarmi con le calze al lampadario. Per la prossima volta che devo fare: si fa all'antica o chiamo il pronto soccorso e chiedo se ci parcheggiano un'ambulanza sotto casa? Magari può servire.”&lt;br /&gt;“Già che ci sei… chiedi se ti regalano un completo da infermiera?”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;E’l’amico è&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Oh, dov’eri? Sono due ore che ti chiamo.”&lt;br /&gt;“Scusa, avevo il cellulare scarico. Ho incontrato Andrea e siamo andati a bere un caffè, era un po’ che non ci si vedeva, sai, col fatto che è stato in Australia, poi in Afghanistan sei mesi come volontario per Emergency, e adesso riparte per andare in Perù ad insegnare matematica ai bambini degli indios.”&lt;br /&gt;“… Andrea chi è?”&lt;br /&gt;“Un mio amico.”&lt;br /&gt;“Amico come?”&lt;br /&gt;“A… aaaamico! Amico! Amico, lo conosco da un po’ di tempo.”&lt;br /&gt;“Ma amico tipo che lo conosci bene o amico tipo che lo conosci poco?”&lt;br /&gt;“Mah, boh, lo conosco! Frequentavamo gli stessi posti qualche anno fa.”&lt;br /&gt;“Ed è un fico, scommetto.”&lt;br /&gt;“Non l’ho mai considerato in quel senso…”&lt;br /&gt;“Ma è fico?”&lt;br /&gt;“Ma no, ma sì, ma boh, che ne so?”&lt;br /&gt;“È sicuramente fico, e poi se ne va in giro per il mondo a fare il volontario, e magari ha anche il bicipite turgido e tatuato e la moto e oggi ti invita a prendere un caffè, domani un panino, poi un bicchiere di vino all’enoteca, e poi lo riaccompagni a casa perché piove e lui ti chiede di salire a vedere la sua collezione di maschere funerarie del Chapas e io lo so come vanno queste cose ti stufi di me e mi lasci, ecco.”&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;&lt;br /&gt;Carina, quella&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Carina, la nuova ragazza di Matteo.”&lt;br /&gt;“Cos'è, una battuta?”&lt;br /&gt;“No, dico sul serio, la trovo carina.”&lt;br /&gt;“Ma daaaai! A me non piace proprio.”&lt;br /&gt;“Lo dici solo per fare quello che non guarda le altre?”&lt;br /&gt;“E chi ha detto che non guardo le altre? Però questa proprio non mi piace. È bassa e ha il muso di un pechinese ipnotizzato.”&lt;br /&gt;“Come sarebbe che guardi le altre?”&lt;br /&gt;“È che voi donne avete questa idea ecumenica della bellezza... per voi, se vi sta simpatica, è carina. Se è gentile con voi, è carina. Ma soprattutto, se è chiaramente una racchia e voi vi sentite magnanime, è un 'tipo'.”&lt;br /&gt;“Come sarebbe che guardi le altre?”&lt;br /&gt;“Siete capaci di far passare per 'carina' chiunque, anche le cozze più inguardabili. E quando una è veramente carina, ma magari un po' ritoccata, ma carina, giù a dirle che è tutta rifatta, e che quelle rifatte non sanno di niente e sono tutte uguali.”&lt;br /&gt;“...”&lt;br /&gt;“Cos'è questo silenzio?”&lt;br /&gt;“Come sarebbe che guardi le altre?”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;4.Concetto di “Ti Presento i Miei”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;No, mio padre non è il mostro di Dusseldorf&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Ma siamo sicuri che tuo padre non mi mena appena mi vede?”&lt;br /&gt;“Sì, stai tranquillo.”&lt;br /&gt;“Ma non è che appena scopre che, insomma, noi… dai hai capito… non è che si offende?”&lt;br /&gt;“Eccerto: mio padre crede che io sia Santa Maria Goretti e dieci anni fa sono andata a vivere da sola per consacrare la mia vita a Dio. Ma smettila. Non preoccuparti.”&lt;br /&gt;“E come faccio a non preoccuparmi? Io lo so come sono i padri: al pensiero che non possono più farti fare ‘vola vola’ impallidiscono...”&lt;br /&gt;“... peso sessantaquattro chili, mio padre non rischierebbe un'ernia.”&lt;br /&gt;“...figuriamoci se porti a casa un fidanzato. Ad un papà i fidanzati della figlia non piaceranno mai, ci sarà sempre qualcosa che non andrà bene. Una volta sarà l’orecchino, la volta dopo una dichiarazione dei redditi non dignitosa, quella dopo ancora sarà tutta colpa dello strabismo e dell’alluce valgo. Lo so, è triste, ma è matematico: ad un padre non può piacere il fidanzato della figlia. È scritto nelle stelle”&lt;br /&gt;“…”&lt;br /&gt;“Che fai?”&lt;br /&gt;“Torno indietro”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Quando ti ho detto di essere te stesso non intendevo rutta rumorosamente e pulisciti la bocca sulla tovaglia&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“OK, male non è andata, però potevi evitare almeno oggi di metterti la maglietta con i buchi.”&lt;br /&gt;“E perché? Volevi che mi presentassi per quello che sono ed io sono così: con la maglietta piena di buchi ed i pantaloni sdruciti. Cosa ci posso fare se mi affeziono ai vestiti e non riesco a liberarmene?”&lt;br /&gt;“Niente. E’ che non è solo quello…”&lt;br /&gt;“… spiegati meglio. Cosa ho fatto che non va?”&lt;br /&gt;“Niente, non hai fatto niente di male. Solo che quando ti ho chiesto di comportarti come fai tutti i giorni non intendevo: ‘Mettimi le mani sotto la maglietta mentre parlo con mia madre’ e neanche di inveire contro Maria De Filippi lanciando molliche di pane al televisore.”&lt;br /&gt;“... oddio.”&lt;br /&gt;“...”&lt;br /&gt;“... dici che se la prossima volta mi presento vestito bene, rimedio?”&lt;br /&gt;“... dico che se la prossima volta è fra un paio d'anni, è meglio.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Sii gentile con i miei&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;“Buonissimo, il pasticcio di tua madre.”&lt;br /&gt;“... sì... lo so. E lo sa anche lei.”&lt;br /&gt;“Cosa intendi dire?”&lt;br /&gt;“Che glielo hai ripetuto a intervalli regolari di trenta secondi per tutta la durata della cena.”&lt;br /&gt;“Eh, era buono... e poi insomma, mi avevi raccomandato di essere gentile.”&lt;br /&gt;“Oooh, lo sei stato senza dubbio: prima ti è piaciuto il pasticcio, poi ti è piaciuta la camicia di mio padre, tre volte. Poi ti sono piaciute le scarpe di mia sorella, fortunatamente solo due volte. Poi ti sono piaciuti il salotto, quattro volte, la cucina, tre o cinque non ricordo, e sui bagni ho perso il conto.”&lt;br /&gt;“Ma cosa c'è di male?”&lt;br /&gt;“Niente. Magari però potevi evitare di baciare l'anello a mia nonna. Quello mi è sembrato eccessivo, sì.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Concetto di Banana (conclusione)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;“Ma, alla fine, perché stiamo insieme?”&lt;br /&gt;“Come perché? Ci sono un sacco di motivi…”&lt;br /&gt;“E quali? Il fatto che io ho il poster di Poncharello appeso sul letto? La verità è che dico bianco e tu capisci nero, tu vedi verde ed io vedo rosso. Viviamo su due pianeti diversi e per nulla vicini: se tu sei Plutone, io sono il Sole e il motivo per cui noi ci si sopporta e  ci si ama nonostante tutto, sta su un pianeta che nessuno scienziato ha avuto il coraggio di scoprire, e poi…”&lt;br /&gt;“…poi non serve che continui. Io so che non è importante capirsi. O meglio: non è solo quello che conta. Contano gli sguardi, le cose dette senza bisogno di aprire bocca, lo stomaco che brucia quando ti passo vicino ed il senso di vuoto che senti quando mi allontano. Sono queste le cose che ci legano e se non le capiamo neanche noi è solo perché queste cose non si capiscono, si vivono. Come il poster di Poncharello che hai appeso sul letto. Non lo capisco, ma so che mi piace.”&lt;br /&gt;“Quando dici queste cose mi viene sempre voglia di abbracciarti, e…”&lt;br /&gt;“… hai per caso visto i miei occhiali?”&lt;br /&gt;“…uff.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(Emiliano Colasanti + Giulia Blasi)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/12379006-111427071867321341?l=indie-ssolvenza.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/111427071867321341'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/111427071867321341'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://indie-ssolvenza.blogspot.com/2005/04/le-parole-che-non-ti-ho-detto-perch.html' title='Le parole che non ti ho detto (perché tanto non le capisci)'/><author><name>colas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01770508510427584088</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-12379006.post-111427045196904061</id><published>2005-04-23T08:32:00.000-07:00</published><updated>2005-04-23T08:34:11.970-07:00</updated><title type='text'>Revisionismi: Weezer – Pinkerton</title><content type='html'>Cerco l’estate tutto l’anno e all’improvviso...ecco il primo album degli Weezer.&lt;br /&gt;Non possiede un vero nome (per i fan sarà noto come ‘Blue Album’, per tutti gli altri semplicemente ‘Weezer’) ed ha in copertina i membri del gruppo, fotografati su sfondo azzurro.&lt;br /&gt;Talmente anonimi che a guardarli così, di primo acchito, sembrano capitati lì per caso.&lt;br /&gt;E’ il millenovecentonovantaquattro e Rivers Cuomo, il protagonista di questa storia, non porta ancora gli occhiali. Li indosserà pochissimo tempo dopo, per apparire in un video ambientato all’interno di una puntata di Happy Days. Sì, proprio quell'Happy Days, quello di Fonzie, Richie Cunningham e della sorella ‘Sottiletta’ (non chiedetemi il nome vero, non è importante).&lt;br /&gt;Quel video (girato da Spike Jonze) e quella canzone (Buddy Holly) catapultano i nostri eroi in testa alle classifiche americane e nei milioni di software Windows '95 che Bill Gates e la sua cricca riescono a vendere in giro per il mondo.&lt;br /&gt;Lo scrivono in molti, lo pensano altrettanti: andati in soffitta i Nirvana, il futuro del rock 'n' roll è tutto nelle loro mani.&lt;br /&gt;Ma non c’è niente da fare, la natura fa il suo corso e dopo l’estate c’è sempre l’autunno e dopo l’autunno, l’inverno: dopo un lungo tour in giro per il mondo, Rivers Cuomo decide di mollare tutto e tornare all’università (Harvard, per la precisione). La ragione ufficiale è una sola: bisogno di una pausa di riflessione. Il motivo reale si chiama depressione. Nel frattempo il resto della band si disperde in vari side project (da riscoprire i Rentals di Sharp e Wilson, rispettivamente bassista e batterista degli Weezer), si ritrovano tutti insieme dopo quasi due anni con l’obiettivo di creare un nuovo album dai nastri casalinghi registrati dal leader cantante/chitarrista.&lt;br /&gt;Di quelle lunghe session non sarà mai possibile conoscere il risultato, Cuomo butta via tutto e decide, con ritrovata verve creativa, di raccontare in un concept album tutto il suo periodo buio.&lt;br /&gt;‘Pinkerton’ viene composto, registrato e mixato nell’arco di pochissime settimane. Esce nel millenovecentonovantasette ed è uno shock.&lt;br /&gt;La leggerezza pop dell’esordio lascia spazio a toni più cupi e maturi, il blu della vecchia copertina viene sostituito da uno scurissimo dipinto raffigurante un paeseggio innevato: un piccolo villaggio alle pendici del monte Fuji.  Se ‘Weezer’ era un pomeriggio passato sulla spiaggia ad ingannare il tempo tra un giro di surf e l’altro, questo secondo disco è il temporale estivo che arriva di sorpresa e in un batter d’occhio spazza via tutto. Ambizioso fin dal nome preso in prestito da Madama Butterfly (Pinkerton è un ufficiale di marina dell’esercito americano che, dopo aver sposato la geisha Cio-Cio-San, l’abbandona incinta, per tornare nel proprio paese e riapparire in seguito con un’altra famiglia sulle spalle. Giusto in tempo per vedere la donna fare harakiri), l’album rappresenta un deciso passo della band verso l’indie rock di Pavement e Pixies e contiene alcune delle migliori composizioni di Rivers Cuomo e compari: l’iniziale Tired Of Sex, El Scorcho (inno nerd per eccellenza), Pink Triangle (praticamente la versione in musica di ‘In Search of Amy’, terzo film di Kevin Smith) e la dolcissima (e tristissima) Butterfly.&lt;br /&gt;Una serie di congiunzioni astrali sfavorevoli (problemi legali che rendono in disco semi-clandestino) e la scelta della band di non far uscire né singoli e né video relegano ‘Pinkerton’ al ruolo di grande occasione persa. La popolarità conquistata con Buddy Holly diventa un ricordo lontano, MTV si dimentica degli Weezer fino a quando la casa discografica non impone loro di girare il video di The Good Life. Il rinnovato interesse dei media non tocca minimamente il gruppo, già sprofondato in una crisi che li terrà lontani dalle scene per i successivi quattro anni. Con il ‘Green Album’ del duemilauno e con ‘Maladroit’ dell’anno seguente, riassaporeranno il successo.&lt;br /&gt;Ma c’è poco da fare: il loro punto più alto l’avevano già raggiunto. Si chiama ‘Pinkerton’. Anche se non se n’è accorto nessuno.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/12379006-111427045196904061?l=indie-ssolvenza.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/111427045196904061'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/111427045196904061'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://indie-ssolvenza.blogspot.com/2005/04/revisionismi-weezer-pinkerton.html' title='Revisionismi: Weezer – Pinkerton'/><author><name>colas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01770508510427584088</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-12379006.post-111427024105806417</id><published>2005-04-23T08:27:00.000-07:00</published><updated>2005-04-23T08:30:41.063-07:00</updated><title type='text'>Revisionismi – Scisma, “Armstrong”</title><content type='html'>&lt;em&gt;Plin plin plin&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando si scrive una storia si parte sempre da un punto fermo, un punto che se ti sbagli e lo “centri” male è inutile andare avanti.&lt;br /&gt;Quando si scrive una storia puoi permetterti di sbagliare tutto, ma non l’attacco.&lt;br /&gt;Dall’attacco (l’inizio) s’intravede quello che succederà nel mezzo e come andrà a finire, si conoscono i personaggi, si delineano i ruoli… le sfumature no, quelle si capiscono piano piano, ché rivelare tutto subito sarebbe uno sbaglio e poi, vuoi mettere, le storie sono belle quando ti arrivano addosso lentamente e non ti lasciano andare via.&lt;br /&gt;Quando ti tengono incollato alla pagina e l’unica cosa che puoi fare e stare attento e sperare che qualcuno abbia voglia di raccontartela. Di nuovo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;descrivere è impossibile/bisogna immaginare&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Era il millenovecentonovantanove (scritto così, che se lo leggi tutto d’un colpo ti manca il fiato) e se ci pensi bene un po’ ti spaventi: d’un tratto il mondo si è messo a correre, e quelle che adesso ti sembrano cose di tutti i giorni (quasi come le “storie” di Riccardo Fogli, ma di tutto un altro spessore) cinque anni fa sapevi a malapena cosa volessero significare.&lt;br /&gt;Nel millenovecentonovantanove le spillette non le portava nessuno, internet ed il file-sharing erano roba per pochissimi e “indie”, quella parola che adesso ti tirano dietro anche quando ti compri le arance al supermercato, era un termine da carbonari.&lt;br /&gt;Non parliamo poi della musica italiana, anzi: della Nuova Musica Italiana, etichetta da cui non ci si riesce a liberare neanche se alle spalle, ormai, ci si è lasciati dieci dischi, cinque tour ed una serie infinita di figli illegittimi. La Nuova Musica Italiana di allora era la stessa di adesso, con la differenza (fondamentale) che tutto quello che in questo momento consideriamo in voga (indie, appunto) allora era nascosto e quasi inaccessibile.&lt;br /&gt;I riflettori erano per pochi, proprio quei pochi che da lì a qualche anno avrebbero raggiunto livelli di fama e considerazione notevoli. Livelli di tour sold out e di Tora Tora!, per intenderci.&lt;br /&gt;In mezzo, ma proprio in mezzo, c’erano gli Scisma. Troppo pop per i “khomeinisti dell’underground” e “troppo strani” per tutti gli altri.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;e se sono il contrario di me, da che cosa mi sento diverso?&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con due dischi alle spalle (“Bombardano Cortina” e “Rosemary Plexiglass”), gli Scisma del novantanove erano il gruppo sulla bocca di tutti: “La next big thing della scena italiana”, e: “Se non fanno il botto questi… non lo farà nessuno” erano le frasi che si potevano scorgere su quasi tutte le riviste del settore e non solo.&lt;br /&gt;Una grande casa discografica (la Emi) decise che era il momento giusto per tentare il colpaccio e mise su una campagna pubblicitaria senza precedenti (per un gruppo “di genere”).&lt;br /&gt;Nel frattempo la band, rifugiata nello studio/casa sulle rive del Lago di Garda, cercava di venire a capo di quello che da lì a poco sarebbe diventato il loro nuovo album: “Armstrong”.&lt;br /&gt;E, proprio come l’uomo che poggiava il piede per la prima volta sulla luna, anche l’Armstrong degli Scisma scatenò reazioni a dir poco spiazzanti.&lt;br /&gt;Il pubblico ed i giornalisti rimasero quasi inebetiti di fronte la mescolanza di dolcezza e inquietudine nascosta tra le dodici tracce del disco.&lt;br /&gt;Niente era come lo si era immaginato: quelli che dovevano essere muri di chitarra erano diventati arrangiamenti raffinati ed elaborati, i singoli erano piccoli capolavori dell’arte dello sviamento. Non c’era tranquillità in “Armstrong”, ogni cosa poteva diventare il suo contrario, brani dall’impatto volutamente diretto e pop, nascondevano rarefazioni e saturazioni all’epoca quasi inimmaginabili su un disco di musica italiana (ascoltatevi Giuseppe Pierri ed È stupido, per credere). Gli Scisma erano shoegaze (impossibile ascoltare L’innocenza e non pensare agli Slowdive) quando il termine non se lo ricordava più nessuno e questa rivista era solo una fanzine per pochi accoliti, erano post-rock (L’universo, Armstrong) senza sapere di esserlo.&lt;br /&gt;Gli Scisma erano indie (ecco, l’ho detto). Anche troppo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;ringrazio dio che mi ha fatto troppo poco intelligente&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non furono capiti, o meglio: lo furono ma da pochi. Pochissimi per giustificare gli investimenti di una major (una che nel catalogo annovera sia i Radiohead che il Gabibbo) e per far sì che gli animi all’interno della band potessero rimanere placidi ed amichevoli.&lt;br /&gt;Decisero di smettere per coerenza, subito prima di diventare la macchietta di se stessi, cambiare qualche elemento della band ed andare avanti con il solo scopo di tirare su qualche lira con i concerti. Alcuni di loro sono spariti, altri continuano a suonare e sono sparsi all’interno di gruppi e gruppetti della nazione e non solo, qualcun altro (Paolo Benvegnù) ha tirato fuori un disco, uno dei migliori di questo duemilaequattro, e da solo cerca di proseguire il cammino iniziato con la band.&lt;br /&gt;Tutti insieme si sono ritrovati su un palco, poco più di un anno e mezzo fa, per una serata speciale di festa e di addio. A sentirli c’era più gente di quando erano in piena attività e tutti cantavano a squarciagola le canzoni.&lt;br /&gt;Un gruppo che ha funzionato di più nell’assenza che nella presenza. Si diceva così (nello scorso numero) per i Pixies, e vale tutto per gli Scisma.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/12379006-111427024105806417?l=indie-ssolvenza.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/111427024105806417'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/111427024105806417'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://indie-ssolvenza.blogspot.com/2005/04/revisionismi-scisma-armstrong.html' title='Revisionismi – Scisma, “Armstrong”'/><author><name>colas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01770508510427584088</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-12379006.post-111426996698662450</id><published>2005-04-23T08:24:00.000-07:00</published><updated>2005-04-23T08:26:06.993-07:00</updated><title type='text'>La lunga estate dei folletti</title><content type='html'>Il problema delle storie è che le racconti a giochi fatti.&lt;br /&gt;Anche le telecronache di baseball alla radio, gli home-run e gli strikeout, persino quelli sono in ritardo di qualche minuto. Persino i programmi TV in diretta arrivano un paio di secondi dopo.&lt;br /&gt;Persino il suono e la luce non superano una certa velocità.&lt;br /&gt;Un altro problema è chi la storia la racconta. Il chi, il cosa, il dove, il quando e il perché del giornalismo. La forma che il messaggero dà ai fatti. Quello che i giornalisti chiamano Il Guardiano.&lt;br /&gt;Il fatto che il modo in cui si presenta una storia è tutto.&lt;br /&gt;La storia dietro la storia.&lt;br /&gt;(Chuck Palahniuk -  Ninna Nanna)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo preambolo serve giusto per mettere le mani avanti: non aspettatevi distacco, obiettività e lucida freddezza critica da quanto segue. Mi dispiace, non questa volta.&lt;br /&gt;Questa volta si racconta una storia. Una storia che avevi ormai archiviato come ‘passata’ ed improvvisamente ti ritrovi a considerarla ‘presente’ e, perché no, ‘futura’…&lt;br /&gt;Oggi si racconta la storia dei Pixies.&lt;br /&gt;Siete pregati di mettervi a sedere e di allacciare le cinture di sicurezza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;The Pixies SellOut 2004&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Partiamo dalla fine:&lt;br /&gt;durante l’estate del 2003 si sparge la voce di una possibile reunion della band di Boston. Nel giro di poche ore, siti e webzine musicali (quelle che contano, quelle che nomini senza neanche il bisogno di specificare il www) impazziscono.&lt;br /&gt;E’ ufficialmente scoppiata la Pixies mania ed il primo ad accorgersene è proprio Black Francis (scusate se mi ostino a chiamarlo così. Sono un fottutissimo nostalgico). Impegnato nella promozione del suo ultimo album Show Me Your Tears passa la maggior parte delle interviste a spiegare che:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; ‘Una reunion è da escludere. Però stiamo incominciando a provare insieme. Giusto per capire se siamo ancora in forma’.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per la serie: prima getta il sasso e poi nasconde la mano.&lt;br /&gt;E’ forse proprio quello il momento in cui gli altri tre (Kim Deal, David Lovering e Joey Santiago) si accorgono di contare ancora  qualcosa per gli ascoltatori di indie – rock (sì,ok: lo sapevano anche prima. Soprattutto Kim) e non solo. D’altronde che la band di Boston abbia funzionato di più nell’assenza che nella presenza è un dato di fatto inconfutabile. Basti pensare al numero impressionante di gruppi e gruppuscoli venuti fuori ed arrivati all’onore delle cronache prendendo spunto ed estremizzando proprio quella mescolanza di furore e pop music che aveva reso i Pixies irresistibili (dai Nirvana ai Modest Mouse passando per i Pavement, gli Weezer e… aggiungete voi un nome a caso. Tanto uno vale l’altro e lo sappiamo benissimo in quante canzoni uscite negli ultimi anni abbiamo riconosciuto Debaser).&lt;br /&gt;Quindi fa piacere immaginarceli così: di nuovo tutti uniti a trascorrere il capodanno del 2004 in uno scantinato da East LA. (nuova patria della signorina Deal) impegnati nel provare le vecchie canzoni e percorrere il filo della memoria. Magari buttando giù qualche nuova idea per del materiale futuro.&lt;br /&gt;Nei mesi che seguono, il nostro ciccione preferito è impegnato con la sua ganga (i Catholics) in un giro di concerti, gli ultimi, per la tournee di Show Me Your Tears. Neanche il tempo di parcheggiare il furgone ed è già l’ora dei Pixies. Di nuovo. Questa volta sul serio.&lt;br /&gt;Il 13 Aprile, l’Art Caffè di Minneapolis è il posto giusto in cui essere. Poco dopo le 22 i nostri eroi sono di nuovo una band. La prima ad aprire la bocca è proprio Kim Deal (con tutta la sua famiglia appollaiata in galleria, proprio come nei saggi scolastici). Saluta il pubblico, sorride, accorda il basso ed è già Bone Machine.&lt;br /&gt;Da quel momento in poi è storia nota: quel concerto, le ventisei canzoni che seguono e le impressioni che scaturiscono andranno a comporre uno dei bootleg più ricercati dell’era del file – sharing.&lt;br /&gt;Il gruppo sul palco si dimostra in salute e quell’effetto dejà vu da molti giustamente temuto è evitato alla grande. I Pixies, in forma come non mai, salutano Minneapolis e partono per un tour (americano prima e mondiale poi) che li terrà impegnati fino a fine anno. Ma questo probabilmente lo sapete già.&lt;br /&gt;La parola d’ordine del nuovo corso di Black Francis e soci sembra essere: “Sorpresa”. Ed è proprio così che un giorno di giugno il mondo si trova alle prese con una nuova composizione del quartetto.&lt;br /&gt;Bam Thwok arriva negli hard disc degli utenti di I-Tunes in esclusiva ed in meno di un pomeriggio fa il giro del mondo. La canzone è puro Pixies: scritta e cantata da Kim Deal ha tutti gli elementi che hanno reso popolare il suono del gruppo. Un basso tagliente ed una ritmica veloce, su cui si staglia la chitarra solista di Joey Santiago ed un assolo di organo suonato dal padre di quest’ultimo, fanno da tappeto alle voci: annoiata ed in secondo piano quella di Frank Black, graffiante ed allo stesso tempo dolcissima (come sempre) quella di Kim Deal.&lt;br /&gt;Un piccolo gioiello di pop-music che ci riporta i Pixies così come ce li ricordavamo: originali, travolgenti e dotati di un’attendibilità rara. In una parola sola: unici.&lt;br /&gt;Quello che succederà nei prossimi mesi non è dato saperlo: probabilmente la vita insieme di Kim Deal, Joey Santiago, David Lovering e Black Francis cesserà definitivamente una volta chiusa la porta del tour bus e riposti in soffitta gli strumenti. Probabilmente no.&lt;br /&gt;Quello che conta è che il 2004 ha finalmente reso giustizia ad uno dei più importanti e sottovalutati fenomeni musicali degli ultimi venti anni, cosa porterà il futuro non c’interessa. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1987- 1993 Sei Anni Vissuti Pericolosamente&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;‘In partenza la mia sola ambizione era di suonare in un gruppo di rock and roll e di registrare qualche disco…forse.&lt;br /&gt;E’ per questo che i Pixies esistono, perché siamo fan dei dischi… e adesso che ne abbiamo registrati noi stessi l’ambizione è di farne uscire a tonnellate, che siano buoni e che vendano. Dei dischi che costituiscono il mio orgoglio’&lt;br /&gt;(Black Francis 1990)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un semplice gruppo di rock and roll. E’ questo che i Pixies rappresentavano per loro stessi all’inizio della loro storia.&lt;br /&gt;Un gruppo nato dall’unione di quattro persone fan della musica degli anni sessanta e settanta che guardavano con un occhio di riguardo i fermenti che stavano esplodendo nell’underground americano (R.E.M, Husker Du, Violent Femmes e Replacements).&lt;br /&gt;E’ andata così: Charles Michael Kitteridge Thompson IV (con un nome così è abbastanza naturale che si sia scelto uno pseudonimo…chissà che fatica fare il codice fiscale) e Joey Santiago sono amici di vecchia data. In un non meglio specificato giorno del 1987, tra un disco di Neil Young e l’altro, decidono che è venuto il momento di fare sul serio. Mettono un annuncio sul giornale dell’università e dopo qualche ora ricevono una telefonata: è una donna e dice di voler suonare il basso.&lt;br /&gt;Ovviamente non ne ha mai preso uno in mano in vita sua, ma conosce un batterista.&lt;br /&gt;E si sa, i batteristi sono una merce sempre rara.&lt;br /&gt;Ecco quindi che al tavolo da poker vengono aggiunte due sedie: quella di Kim Deal (aka Mrs John Murphy) e quella di David Lovering, picchiatore di tamburi e futuro ingegnere elettronico.&lt;br /&gt;Ci siamo: il gruppo è ormai pronto per entrare in studio. Il primo parto è un demotape di 17 brani conosciuto dai fan con il nome di The Purple Tape.&lt;br /&gt;Gli addetti ai lavori rimangono subito esterrefatti di fronte questo strano miscuglio di canzone pop ed impeto punk-hardcore. L’ugola di Black Francis e la chitarra di Joey Santiago emergono prepotentemente fin da questa prima pubblicazione: è come se uno strano Frankestein creato in laboratorio prendendo pezzi da Gordon Gano, David Thomas ed Iggy Pop si agitasse su delle chitarre di stampo quasi surf. Una cosa mai sentita prima.&lt;br /&gt;Il primo ad accorgersene è Ivo Watts- Russel, il signor 4 A.D.&lt;br /&gt;Bruciando tutte le tappe possibili, nel marzo 1987 viene pubblicato un E.P. dal titolo Come On Pilgrim. Dentro ci sono otto delle canzoni tratte dal Purple Tape (le restanti faranno parte di una raccolta, edita dalla Cooking Vinyl nel 2002, intitolata semplicemente Pixies) che lanciano il gruppo di Boston come la più importante promessa del rock di fine anni ottanta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;‘Abbiamo conosciuto molti gruppi che si lamentano per il nostro aver saltato completamente la gavetta, ma per quanto tempo si può restare seduti nella propria stanza a suonare la chitarra? Nei bar non ci suoni a lungo se hai un po’ di successo ed allora ti viene proposto di andare giù in Virginia, un piccolo concerto per cinquanta dollari, abbastanza per pagare la benzina. E’ l’occasione per lasciare la città, ok, ma non una vita. Per guadagnarsi il pane bisogna andare in Europa e lì si entra nel circuito che conta, sperando che la gente ti adori. E’ così che è successo…semplice, no?’&lt;br /&gt;(Black Francis 1990)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il 1988 è l’anno della svolta. Nel giro di pochi mesi escono dischi destinati a cambiare le sorti di quegli anni: Daydream Nation dei Sonic Youth, Green degli R.E.M., Bug dei Dinosaur Jr, Isn’t Anything dei My Bloody Valentine ed il capolavoro dell’hip hop It Takes a Nation Of Millions To Hold Us Back dei Public Enemy. In coda arriva anche Surfer Rosa. L’atteso esordio sulla lunga distanza dei Pixies.&lt;br /&gt;Prodotto da Steve Albini, il disco si afferma da subito come una pietra miliare di quel genere che ci piace tanto chiamare college-rock. All’interno ci sono canzoni che diventeranno veri e propri inni per due generazioni di appassionati di musica: Vamos, Where Is My Mind, l’epilettica Broken Face e soprattutto Gigantic vero e propri assalto pop messo in atto dalla signorina Deal che per la prima volta compone e canta. I testi di Frank Black Francis affrontano con ironia ed humour nero tematiche “scabrose” come: religione, perversioni sessuali e violenza. Il tutto con un linguaggio nuovo e totalmente inedito. Un misto di inglese e spanglish mai sentito prima d’ora.&lt;br /&gt;Per Thom  York e David Bowie è “il disco più sexy della storia”. E se lo dicono loro… buona camicia a tutti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Difficile ripetersi dopo un coming out del genere. Lo sappiamo tutti: ci sono band che si sono fatte breccia nei cuori e nelle orecchie degli ascoltatori con degli esordi semplicemente epocali e che sono rimaste affossate dall’incapacità di reagire alla bellezza ed al successo della prima uscita. Un nome su tutti: gli inglesi Stone Roses (tanto lo sapevate che parlavo di loro).&lt;br /&gt;Ma anche: Television (ok, Adventure era un bel disco ma…), Air, i Modern Lovers e moltissimi altri.&lt;br /&gt;Con i Pixies fu chiaro dall’inizio che non sarebbe andata così. Il seme buttato da Surfer Rosa fotografava un gruppo in piena ascesa creativa e ad un passo dal raggiungere la maturità compositiva. Il bello doveva ancora venire.&lt;br /&gt;Ed il bello venne…esattamente un anno dopo.&lt;br /&gt;Firmato un contratto che li legherà, per la sola america, con l’Elektra (in Europa invece continua il rapporto indissolubile con 4 A.D.), i nostri entrano in studio con un nuovo produttore (Gil Norton) decisi a sviluppare un suono più vario e meno omogeneo di quello orchestrato da Albini.&lt;br /&gt;Dopo sole due settimane, sulla scrivania di Ivo Watts-Russel arrivano i master di quello che diventerà Doolittle. Il capolavoro assoluto.&lt;br /&gt;Sedici canzoni all’apparenza slegate una dall’altra che formano un unico viaggio all’interno di stili e manie della musica underground: il pop simil surf di Here Comes Your Man, l’inquietante soul ‘da camera da letto’ di Hey, il proto punk di Dead e Tame, l’indie rock di Gouge Away e Debaser e due canzoni con la C maiuscola come Monkey Gone To Heaven e Wave Of Mutilation.&lt;br /&gt;E’ grazie a queste che Doolittle è considerato un vero e proprio sussidiario per tutto il rock indipendente a venire. Il vero motivo per cui ancora parliamo dei Pixies.&lt;br /&gt;La reazione al successo (relativo, ovvio) di Doolittle e ad un tour mondiale lungo ed estenuante si chiama Bossanova.&lt;br /&gt;E’ il 1990 e la band di Boston approda al traguardo del difficile terzo disco (qualche settimana dopo l’uscita di Pod. Esordio‘solista’ di Kim Deal con i suoi Breeders) senza però stupire come era avvenuto in passato.&lt;br /&gt;Assemblato come una versione più pop dei due album predenti, Bossanova è in ogni modo un disco più che apprezzabile che riesce in ogni modo a ritagliarsi uno spazio ben definito tra gli appassionati dei Pixies e non solo. Merito di canzoni come Velouria, Allison e Cecilia Ann (cover del classico dei Surftones).&lt;br /&gt;Un singolo come Dig For Fire dovrebbe garantire al gruppo l’affermazione che cerca anche al di fuori dei confini troppo stretti dell’underground. Ma non c’è nulla da fare: certi gruppi sono fatti per un successo rapido e bruciante. Per i posti alti nella classifica e per le esibizioni a Top Of The Pops. Altri sono fatti per avere una carriera senza troppi clamori ed entrare nella leggenda solo una volta sciolti.&lt;br /&gt;‘Chi ha comprato il primo album dei Velvet Underground ha, in seguito, formato una band’.&lt;br /&gt;Lo diceva Brian Eno e vale anche per chi ha amato i Pixies…credo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;‘Ho bisogno di essere in primo piano. Molto. E’ il mio gruppo e sono io che l’ho fondato, non loro.&lt;br /&gt;Loro non hanno scritto sessanta canzono, io sì. Non è una critica ma una constatazione. Non provo il bisogno di essere conosciuto e riconosciuto, ma ho bisogno di quelle canzoni, ho bisogno di scriverle’.&lt;br /&gt;(Black Francis 1990)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il 1991 sarà ricordato da molti come un anno centrale per la storia recente della musica rock.&lt;br /&gt;L’avrete capito, suppongo: stiamo per nominare i Nirvana e tutto quello che è successo dopo l’uscita di Nevermind.&lt;br /&gt;Improvvisamente le classifiche vengono sgomberate di forza dalle decine di bubblegum band che dominavano in quegl’anni ed il rock torna a vendere.&lt;br /&gt;Non stiamo ovviamente parlando dei Guns And Roses e dei pantaloni da ciclista del loro capelluto leader.&lt;br /&gt;Stiamo parlando di musica vera e senza fronzoli, di una nuova era in cui l’underground diventa overground ed occupa di forza i piani alti degli uffici delle major che contano.&lt;br /&gt;I Nirvana di Kurt Cobain fanno da testa di ponte per un intero movimento ed il loro successo porta a luce maggiore tutti quei gruppi che negli anni passati avevano lottato per affermarsi: Dinosaur Jr, Melvins, Sonic Youth, Mudhoney…&lt;br /&gt;Ed i Pixies? Citati più volte da Cobain come una delle principali fonti d’ispirazione, i nostri eroi pubblicano il loro quarto album, l’ultimo, praticamente quasi in contemporanea a Nevermind.&lt;br /&gt;Si chiama Trompe Le Monde ed è visto da molti come l’anello più debole della carriera di Kim Deal, Black Francis, Joey Santiago e David Lovering.&lt;br /&gt;Considerato da molti come il più debole della carriera del quartetto, è in realtà un buon album anche se troppo affossato su schemi collaudati e con una produzione laccata che rende il disco e certi suoni di stampo quasi metal.&lt;br /&gt;Le canzoni, come al solito, sono di pregevole fattura anche qui (Alec Eiffel, U- Mass ed Head On dei Jesus And Mary Chain su tutte), ma il disco stenta a decollare ed è uno dei pochi a rimanere immune all’effetto Nirvana.&lt;br /&gt;Il 13 gennaio 1993, durante la trasmissione Hit The North in onda sull’inglese Radio5, Charles Thompson, alias Black Francis, alias Frank Black (ha appena pubblicato un album con questo nome) annuncia in diretta che i Pixies non esistono più.&lt;br /&gt;I motivi della fine sembrano essere i continui litigi con una Kim Deal lanciatissima con i Breeders che si ostina a riproporre in concerto brani della band madre ancora, ufficialmente, in vita.&lt;br /&gt;Finisce così l’avventura di una delle più straordinarie meteore della storia del rock.&lt;br /&gt;Da lì in poi i membri della band si cimenteranno, con alterne fortune, in carriere soliste (da recuperare almeno i primi due album e l’ultimo – Frank Black, Teenager Of TheYear e Show Me Your Tears- di Frank Black e tutti e tre quelli pubblicati dalla fu ‘signorina Murphy’ sotto il moniker di Breeders) ed operazioni indubbiamente originali (David Lovering girerà l’America promovendo uno spettacolo in bilico tra magia e scienza).&lt;br /&gt;Il marchio Pixies invece è distinato a durare per sempre e diventare ‘storia’.E come dice Palahniuk: ‘Il problema delle storie è che le racconti a giochi fatti. Anche…’&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/12379006-111426996698662450?l=indie-ssolvenza.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/111426996698662450'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/111426996698662450'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://indie-ssolvenza.blogspot.com/2005/04/la-lunga-estate-dei-folletti.html' title='La lunga estate dei folletti'/><author><name>colas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01770508510427584088</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-12379006.post-111426983044593730</id><published>2005-04-23T08:21:00.000-07:00</published><updated>2005-04-23T08:23:50.450-07:00</updated><title type='text'>Meg: Essenza Multiforme</title><content type='html'>Ci sono quelli che non cambiano mai. Quelli che prendono un’idea e se la portano dietro tutta una vita, quelli che non rischiano perché tanto “chi s’accontenta gode” e contento lui contenti tutti.&lt;br /&gt;Poi ci sono quelli che si mettono in gioco, quelli che dribblano anche quando il portiere è battuto e la porta è vuota.&lt;br /&gt;Quelli che prendono la strada incerta e lasciano il sentiero. Quelli che ci mettono la faccia e non hanno paura di perdere la credibilità.&lt;br /&gt;Che poi si sa: se fai quello in cui credi è difficile perderla quella cosa lì…anzi…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le interviste del lunedì mattina presto sono un supplizio da cui sfuggirei volentieri. Meg la pensa come me e mentre versa l’acqua minerale nei bicchieri racconta i postumi di una notte brava.&lt;br /&gt;Il motivo per cui siamo qui è un altro: il motivo per cui siamo qui è un disco che esce in questi giorni e che, per la prima volta, porta il nome e la faccia della nostra signorina preferita.&lt;br /&gt;Un disco coraggioso, una valvola di sfogo:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Già, sfogo è la parola giusta. Mi sono sfogata ed ho buttato alle mie spalle anni ed anni di repressione”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Meg ride e scherza, il discorso è più complesso di così, molto più complesso:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Alcune di queste canzoni me le porto dietro da anni, da prima ancora che ‘i Posse’ si prendessero una pausa. Altre sono nate in studio durante l’anno passato a fare avanti e dietro tra Napoli e Torino. Alcune invece sono venute così, di getto, senza che neanche me ne accorgessi.&lt;br /&gt;Prendi Simbiosi, per esempio, stavo attraversando la strada e mi sono messa a cantare il ritornello, di botto… praticamente identico a quello che è finito nel disco e poi, guarda…”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Meg apre un quaderno e dentro c’è un intero fiume di parole. Riflessioni che poi sono diventate canzoni, frasi e pensieri che si sono trasformate in strofe e ritornelli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Mentre scrivevo i testi mi sono ricordata di quando mia madre, ex professoressa di Italiano, da bambina mi faceva giocare con le parole, come in una sorta di caccia al tesoro. Cercando i sinonimi e scegliendo le parole che più mi piacevano, quelle che ‘stavano in metrica ’, mi sono ritornati alla mente proprio quei ricordi di quando ero bambina oppure le volte in cui, per motivi di studio o per altro, mi sono avvicinata alla poesia. Questo mi ha fatto capire che in realtà stavo facendo una specie di viaggio a ritroso dentro me stessa.&lt;br /&gt;In questo disco ci sono tutte le mie esperienze ed origini, anche per quanto riguarda la musica.&lt;br /&gt;C’è una parte di me che ama la musica elettronica ed una parte di me che impazzisce per le canzoni anni sessanta. Mi ricordano di quando i miei le ascoltavano a tutto volume, la domenica mattina.&lt;br /&gt;E poi: c’è una parte di me che è cresciuta con la tradizione napoletana, un’altra che… tutte influenze che sono presenti nel disco ma di cui mi sono resa conto solo a posteriori.&lt;br /&gt;Per esempio: quando ho incominciato a lavorare a questi pezzi con il mio computerino, erano tutti in quattro quarti, poi aggiungendo e levando mi sono resa conto che alcune cose non andavano bene e riguardando i pezzi ho scoperto che erano diventati tutti in ‘tre quarti’, se non in ‘sei ottavi’.&lt;br /&gt;Praticamente il ritmo della tarantella…ed anche lì, ragionandoci su ho capito che tutto questo è accaduto perché quando studiavo il pianoforte i miei preferiti erano proprio i brani in ‘tre quarti’.&lt;br /&gt;Forse questo è accaduto perché per la prima volta mi sono trovata da sola a pensare ad ogni singolo aspetto dell’album, cosa ha generato in me una sorta di bulimia musicale, una multiformità non cercata, biologica quasi. Io sento che dentro di me, nel bene e nel male, convivono anime diverse, magari anche in contraddizione tra di loro. Se guardi bene, il disco rispecchia proprio questo: ci sono pezzi con diecimila tracce sovra incise ed altri totalmente minimali, con pochissimi elementi.&lt;br /&gt;Inizialmente l’album si doveva chiamare Multiformis proprio per sottolineare questa mia tendenza a percorrere strade diverse ed apparentemente inconciliabili. Alla fine ho deciso di chiamarlo semplicemente Meg.&lt;br /&gt;Per riuscire a finirlo c’è voluto quasi un anno intero, gli undici pezzi dell’album ad ottobre dell’anno scorso erano già tutti scritti. Ci ho lavorato fino a poco prima di questa estate. Prima da sola: Marco Messina (membro anche lui dei 99Posse, agitatore elettronico per Mousikèlab coinvolto in vari progetti underground come Resina e Kyo)è stato molto importante mi ha insegnato come programmare le ritmiche ed il resto.&lt;br /&gt;Le percussioni, le sequenze di archi, i synth… tutte cose che ho messo io ed in alcuni casi ho lasciato nel disco proprio quelli con i suoni digitali dei provini.&lt;br /&gt;Poi a Torino, in un vero studio di registrazione, ho continuato il lavoro con Carlo U. Rossi.&lt;br /&gt;Sono stata molto fortunata ad aver trovato persone che mi hanno assecondato in tutto e per tutto. Persone pazze come me, capaci di stare un’intera giornata a perdere tempo su una batteria come su una sequenza d’archi. Dei pazzi, insomma”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La bottiglia d’acqua è quasi finita, le risate lasciano il passo a discorsi più seri:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“E’ la prima volta che butto me stessa in pasto al mondo, la prima volta che lo faccio in maniera così netta e diretta.&lt;br /&gt;Per ovvi motivi, non avevo mai fatto un disco così intimo e personale ed all’inizio ho avuto un po’ paura. C’è stato un momento in cui ho pensato seriamente di mandare tutto all’aria, di tenermi tutte queste canzoni per me e chiuderle in uno scrigno. Ma non sarebbe stato giusto.&lt;br /&gt;Alla fine ho capito che non aveva senso avere paura. Con gli anni ho imparato ad essere impermeabile all’esterno, a capire quali sono le mie priorità. Non faccio musica per gli altri, lo faccio per me, perché è una mia esigenza, perché mi fa stare bene e ne ho bisogno. Sono riuscita a riappropriarmi dell’inclinazione, totalmente infantile, di poter ‘fare’ qualcosa.&lt;br /&gt; Questa è la mia forma d’espressione, quando faccio le cose le faccio soprattutto pensando a non tradire me stessa.&lt;br /&gt;E’ come quando scegli un amico: lo fai per il puro gusto di dare delle cose, perché pensi che quella persona abbia delle cose in comune con te e non per secondi fini. E’ la stessa cosa che provo quando scrivo un pezzo. Lo stesso tipo di amore gratuito che una madre prova per un figlio, non a caso spesso le opere d’arte, i quadri dei pittori, vengono considerati dagli autori proprio come se fossero dei  figli. Dietro c’è lo stesso puro amore”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Guardi negli occhi Meg e ti rendi conto di come questa dicotomia (multiformità, tanto per restare in tema) faccia in tutto e per tutto parte della sua persona. Una strana ambivalenza tra matura complessità e spirito infantile che pervade tutta la sua musica e si riflette anche nel modo di affrontare la vita vera:&lt;br /&gt;“Sto imparando  a vivere cercando di mantenere i piedi per terra e la testa fra le nuvole, penso che guardare il mondo con gli occhi di un adulto sia importante perché ti permette di guardare la vera realtà dei fatti, senza bisogno di mistificazioni. Allo stesso tempo è importante restare un po’ bambini perché esserlo ti aiuta ad immaginare una realtà diversa da quella che è. E l’immaginazione è proprio il primo passo che ti porta verso il cambiamento…si sa: i bambini sono complessi.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/12379006-111426983044593730?l=indie-ssolvenza.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/111426983044593730'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/111426983044593730'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://indie-ssolvenza.blogspot.com/2005/04/meg-essenza-multiforme_23.html' title='Meg: Essenza Multiforme'/><author><name>colas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01770508510427584088</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-12379006.post-111426910651185499</id><published>2005-04-23T08:08:00.000-07:00</published><updated>2005-04-27T13:56:46.093-07:00</updated><title type='text'>Low… Forever Changes</title><content type='html'>C’è un momento, nelle gare di ciclismo, in cui l’atleta si alza sui pedali, getta al vento il cappellino, si apre la giacca della tuta e “scatta”.&lt;br /&gt;Non esiste un motivo vero e proprio per liberarsi di quegli ammennicoli.&lt;br /&gt;Di certo non è un trucco per evitare il caldo. E neanche per essere più leggeri in vista della salita da affrontare. Quanto crediate possa pesare un cappellino?&lt;br /&gt;Niente. Non pesa niente.&lt;br /&gt;E’ ben altro: in quel piccolo gesto c’è tutta la consacrazione del rito di chi decide di affrontare la fatica e di rischiare. Scambiare il passo lento e sicuro con un altro più incerto e pericoloso.&lt;br /&gt;“The Great Destroyer” (Rough Trade/Spin-go), ultimo album dei Low è l’esatta trasposizione in musica di quel gesto. Uno scatto in piedi verso il cambiamento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Zack Sally (bassista della band di Duluth) risponde alle nostre domande mentre, in macchina, è tutto preso ad affrontare una tempesta di neve che proprio in quelle ore stava tenendo in scacco Minneapolis.&lt;br /&gt;Dopo un tentativo non andato a buon fine, decide di fermarsi.&lt;br /&gt;Meglio così, non avremmo mai voluto avercelo sulla coscienza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Ecco, ora forse ci riusciamo (ride, ndi). Ti chiedo scusa anche per la scorsa settimana, non ho proprio sentito la tua chiamata: sta diventando un’odissea, questa intervista.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Già, un’odissea.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La prima parola che viene in mente, ascoltando “The Great Destroyer”, è “cambiamento”. La sensazione però è che non sia tutto qui. Sbaglio?&lt;br /&gt;“Hai ragione, è molto più complicato di così, ma è anche giusto. Noi non ci siamo messi a tavolino pensando di cambiare il nostro suono. In ogni nostro disco, a parer mio, ci sono stati dei piccoli cambiamenti rispetto al precedente. Con quest’ultimo lavoro si sono semplicemente fatti più evidenti. E quella che per noi è stata una mutazione lenta, al pubblico sembrerà senz’altro più repentina.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ risaputo il vostro amore per la letteratura americana in genere ed in particolare per i racconti di Carver. Ascoltando in sequenza tutti i vostri dischi, si ha come l’impressione di sfogliare capitoli diversi dello stesso romanzo. Qual è il modo migliore per farsi catturare da queste vostre “nuove storie”?&lt;br /&gt;Oh, grazie! E’ bellissima questa cosa che hai detto. Io sono anche un fumettista, e proprio oggi è uscito il primo libro della piccola casa editrice che ho messo su. Sto tornando proprio ora dalla presentazione e non t’immagini nemmeno quanto mi ballano le gambe.&lt;br /&gt;Comunque: la cosa bella di quando leggi un romanzo è che non sai mai cosa possa succedere nella pagina seguente. Figuriamoci al capitolo dopo. La stessa cosa succede mentre lo scrivi: tu inizi a buttare giù l’incipit e non sai quello che verrà dopo, però sai che si arriverà ad un punto che nella tua testa è quello che tu avevi pensato fosse la fine. Noi non abbiamo mai pensato seriamente a questa cosa, ma ci siamo accorti che è così. Con ‘The Great Destroyer’ si chiude un romanzo di otto capitoli iniziato poco meno di dieci anni fa. All’interno di una storia capita che ci siano passi più lievi ed altri più arrabbiati. Questo è il nostro capitolo aggressivo, forse perché è stato in un periodo non proprio come si deve. Sono sicuro che con i prossimi dischi inizieremo il nuovo romanzo dei Low, anzi: con il prossimo. Quello sarà qualcosa di veramente differente rispetto a tutto quanto fatto fin ora.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sinceramente pensavo che il triplo CD/DVD antologico uscito la scorsa estate (“A Lifetime of Temporary Relief”), fosse questo famoso “punto” del precedente romanzo. Mentre consideravo “The Great Destroyer” già il primo passo verso nuovi approdi.&lt;br /&gt;“Uhm… guarda, non è così. Abbiamo fatto uscire il box perché…ehm…eravamo un po’ in ritardo con in nuovo album (scoppia a ridere ndi). Cioè, ovviamente scherzo, però ti posso dire che mentre finivamo di fare “Trust”, il disco precedente, già sapevamo come avremmo voluto suonasse il prossimo. E infatti questo nuovo disco suona esattamente come avevamo progettato allora.&lt;br /&gt;La cosa veramente eccitante quando si scrive musica, o meglio, la cosa veramente eccitante che avviene quando si scrive musica con i Low, è il fatto che non puoi veramente pianificare dove ti porterà la tua creatività, ma puoi provare a gestirla per raggiungere quella che è la tua idea di futuro, nel modo che tu ritieni giusto.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La cosa più sorprendente di questo vostro nuovo disco è l’apertura verso un tipo di scrittura più diretta ed accessibile. Viene quasi spontaneo usare la parola “pop”. Penso soprattutto a canzoni come California, Step e Everybody’s Song. In un certo senso è come se voi, dopo aver esplorato tutti gli aspetti della staticità, aveste cominciato improvvisamente a muovervi e ad andare veloce.&lt;br /&gt;“Sicuramente questo è l’album più accessibile che abbiamo mai fatto, ma allo stesso tempo è anche il più difficile. Lo so che detto così non vuol dire nulla e che può sembrare strano. Io penso che questo disco sia molto più emotivamente complesso dei nostri altri e non riesco a capire dove inizia e dove finisce l’accessibilità nella musica. Noi con gli anni abbiamo imparato a fare del nostro meglio, lasciandoci trasportare dalle nostre emozioni, senza avere paura di quello che potrebbe succedere. Questa è la vera scoperta che abbiamo fatto.”&lt;br /&gt;Sentendoti parlare così mi viene quasi da pensare che “The Great Destroyer” sia per voi quello che “OK Computer” è stato per i Radiohead.&lt;br /&gt;“Oh cavolo! Quello sì che è un bel disco. Se pensi che “The Great Destroyer” riesca ad avvicinarcisi, anche soltanto un po’, credo proprio che ti ringrazierò per tutto il resto della telefonata (ride, ndi).”&lt;br /&gt;Pensavo a quello che dicevi tu ed al fatto che queste canzoni riescano ad arrivare dirette al cuore e al bersaglio, senza perdersi per niente in facilonerie. Quando le ascolto provo le stesse cose che provo mentre ascolto, per dirne una No Surprises e…&lt;br /&gt;“… è veramente bello quello che mi dici. La cosa strana è che mentre registravamo e lavoravamo a questo disco, ci sentivamo veramente soddisfatti e contenti per quello che stavamo facendo. Non c’era mai successo prima ed allo stesso tempo eravamo curiosi di sapere se alla gente potesse piacere almeno un briciolo di quanto stava piacendo a noi. Siamo veramente felici.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La produzione di Dave Fridmann ha sicuramente svolto un ruolo molto importante.&lt;br /&gt;“Conosciamo Dave da tanti anni. Abbiamo un sacco di amici che hanno suonato con lui e poi amiamo alla follia alcuni dei dischi su cui ha lavorato. Oltretutto è anche una persona molto piacevole e abbiamo sempre pensato che prima o poi avremmo fatto qualcosa insieme.&lt;br /&gt;Abbiamo registrato parecchi pezzi di “The Great Destroyer” in casa, e quando si trattava di decidere chi chiamare per dare a questi pezzi una direzione comune, lui è il primo che ci è venuto in mente. Ha veramente un bel modo di lavorare e, in meno di una settimana, è riuscito a capire perfettamente cosa significa la musica dei Low. E’ subito entrato nello spirito giusto: ci spingeva a provare soluzioni nuove, a tirare fuori il meglio da queste canzoni. E’ stato bravissimo. Nessuno è riuscito ad influenzarci come Dave nel breve tempo che ha passato con noi.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per voi confrontarvi con un produttore è praticamente la norma, in questi anni avete lavorato con tantissima gente.&lt;br /&gt;“Sì, abbiamo lavorato con un sacco di gente e anche se con ognuno è diverso, devo dire che siamo sempre stati fortunati. Non abbiamo mai voluto lavorare con gente che ci dicesse cosa fare delle nostre canzoni: ‘Qui ci metterei questo, qui quest’altro…’. Non ci interessa, e credo anche che non si possa lavorare bene con gente così. Quello che noi abbiamo sempre cercato, come ti dicevo prima, è una persona in grado di capire il nostro spirito. Per noi è importantissimo avere qualcuno di esterno alla band che agisca con noi sulla nostra musica. Però deve essere qualcuno di cui ci fidiamo e che condivide il nostro approccio. Altrimenti è inutile.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Voi siete sempre stati aperti a collaborare con altre band, ad esempio il disco che avete fatto con i Dirty Three per la collana In The Fishtank. Avete in mente qualcosa del genere nel vostro immediato futuro?&lt;br /&gt;“E’ molto difficile. Ci piacerebbe ma è difficile: ora abbiamo un nuovo album fuori e vogliamo portarlo in giro e farlo conoscere il più possibile. In più Alan ha il suo side project (Black-Eyed Snakes, ndi) e la sua piccola etichetta. Io ho la mia casa editrice e i fumetti. Siamo persone impegnate, per cui è meglio se ora ci concentriamo solo sui Low. Stiamo per partire per un lunghissimo tour.”&lt;br /&gt;Beh, penso che questo disco sia perfetto per essere suonato dal vivo. Immagino voi siate eccitati e ansiosi di salire sul palco. Sbaglio?&lt;br /&gt;“No, non sbagli. Anche io la penso così. Non vedo l’ora di suonare queste canzoni. Quando eravamo in studio, già pensavo a come le avremmo interpretate dal vivo. Durante i nostri vecchi tour, arrivavamo alle ultime date che i pezzi suonavano molto più rock e veloci. Sono curioso di capire cosa succederà adesso.”&lt;br /&gt;Ho sempre pensato ai Low come ad una band da “cameretta”. Poi vi ho visti suonare in un posto enorme, con i Radiohead, ed era perfetto lo stesso. Quale pensi che sia il posto migliore dove ascoltare la vostra musica?&lt;br /&gt;“Il tour con i Radiohead ci ha aiutato non poco in quel senso. Loro sono grandi ed hanno un pubblico molto gentile, per cui il salto è stato più facile di quello che noi immaginavamo.&lt;br /&gt;Ora sappiamo che possiamo suonare di fronte a migliaia di persone come di fronte a cinquanta persone puzzolenti. Per noi è lo stesso, ma ogni volta che sul palco c’è l’energia giusta e siamo consapevoli di quello che stiamo facendo…beh, penso sia un’esperienza veramente esaltante. Per noi come per chi ci ascolta.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ora (negli Stati Uniti) siete una band Sub Pop. Cosa si prova ad uscire per un etichetta così storica? C’è qualche altra band che vi piace, tra quelle del roster?&lt;br /&gt;“Essere arrivati alla Sub Pop è un traguardo importante per noi e anche per loro che ci hanno voluto ed inseguito negli anni…&lt;br /&gt;E non c’è nessuna band che…&lt;br /&gt;“Oh no, ci sono band grandiose che incidono per Sub Pop, ma… vedi: il fatto è che io non lo so perché io ascolto solo heavy metal!”&lt;br /&gt;Cosa? Non ci posso credere!&lt;br /&gt;“Giuro. Non sto scherzando.”&lt;br /&gt;Avevo letto nella vostra biografia che “The Great Destroyer” era anche il titolo di un disco dei Cruelty Divine, ma sinceramente non avrei mai pensato che ci possa essere qualcosa in comune tra i Low e… ehm… dei metallari.&lt;br /&gt;“Oh sì non ho mai ascoltato quella band e quando abbiamo scoperto che avevano già usato quel titolo siamo stati presi dallo sconforto. Era perfetto. Grazie a Dio non abbiamo dovuto cambiarlo. Comunque a me piacciono da morire gli Isis, non so se li conosci, e poi c’è questo disco dei Metallica, l’ultimo che secondo me è veramente bello. Intenso come pochi altri.”&lt;br /&gt;Zack, io odio i Metallica. Scusami.&lt;br /&gt;“Davvero? Ma hai visto il film? Credo si chiami ‘Some Kind Of Monster’. E’ bellissimo, emozionante e duro. Ti fa capire cosa c’è di vero dietro al lavoro per un disco. Guardalo e scommetto quello che vuoi che rivaluterai ‘St. Anger’. Fammi sapere.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Niente altro da aggiungere: si può suonare la musica più delicata e dolce del mondo ed allo stesso tempo avere tatuato nell’anima un tetro chiodo di pelle nera.&lt;br /&gt;E scattare sui pedali mentre s’indossa un chiodo è una cosa che riesce solo ai veri campioni.&lt;br /&gt;E ai Low.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/12379006-111426910651185499?l=indie-ssolvenza.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/111426910651185499'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/111426910651185499'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://indie-ssolvenza.blogspot.com/2005/04/low-forever-changes.html' title='Low… Forever Changes'/><author><name>colas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01770508510427584088</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-12379006.post-111426888319713508</id><published>2005-04-23T08:07:00.000-07:00</published><updated>2005-04-23T08:08:03.203-07:00</updated><title type='text'>Greg Dulli e Manuel Agnelli: Matrimonio All’Italiana</title><content type='html'>&lt;em&gt;Febbraio 2004: I Twilight Singers di Greg Dulli e gli Afterhours di Manuel Agnelli si uniscono per uno storico tour italiano.&lt;br /&gt;Il successo di quella esperienza e l’amicizia consolidata tra i due leader porta le due band a collaborare e suonare insieme (tra l’Italia e l’Inghilterra) durante tutto il resto dell’anno.&lt;br /&gt;Novembre 2004: Manuel e Greg sono di  nuovo insieme, presi dalla lavorazione del nuovo album degli Afterhours e dagli impegni promozionali per presentare “She Loves You”, disco di cover di quest’ultimo.&lt;br /&gt;Quello che è certo è che il bello deve ancora venire.&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“C’è poco da fare: gli incontri che mi cambiano la vita accadono sempre in circostanze straordinarie ed in posti straordinari”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A parlare è Greg Dulli, me lo ritrovo davanti, seduto su una panchina della festa dell’Unità di Bologna e sembra che non sia passato neanche un anno da quando gli Afghan Whigs apparvero sulla scena musicale.&lt;br /&gt;Stesso ciuffo, stessa passione per abiti di colore nero e soprattutto stesso sguardo magnetico e curioso. Accanto a lui c’è Manuel Agnelli che ascolta le parole di Greg, sorride e risponde a sua volta. Ogni tanto fa anche da vigile per smistare i curiosi che si avvicinano con la speranza di una foto e di un autografo (loro, non mio). E per questo lo ringrazio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Come tutti sanno, l’incontro che ha dato vita agli Afghan Whigs, è avvenuto in carcere (conseguenza di una notte di sbronze). Con Manuel è stato diverso.&lt;br /&gt;Eravamo a Las Vegas per il matrimonio di un nostro amico, eravamo i testimoni. Ci saremmo potuti conoscere direttamente nella cappella nunziale. Sarebbe stato divertente. Invece è successo in hotel. Il Luxor, credo… quello della piramide! (risate ndi)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da quell’incontro in poi Greg e Manuel non si sono più persi di vista. In questi giorni stanno finendo di mixare il nuovo disco degli After, in uscita a gennaio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Quando penso agli Afterhours non penso ad una band italiana, penso ad una band staordinaria.&lt;br /&gt;Non m’importa da dove provengano. Gli Afterhours sono una grande band ed ogni volta che salgono sul palco “catturano l’orso”. Questa è l’unica cosa che m’interessa quando m’innamoro di un gruppo. Io sono un essere umano e non vedo nessuna differenza tra un italiano, un africano, un giapponese e me. Da quello che posso vedere la maggior parte degli italiani ha due braccia, due gambe ed una testa, proprio come me. E proprio me come suonano il piano, la chitarra e gli altri strumenti. Non c’è nessuna differenza ”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Fantastico, vero? – è Manuel Agnelli a continuare- Secondo me questa è l’attitudine giusta. L’importante è solo la musica ed essere liberi di fare quello che ci sentiamo di fare. In questo paese si pensa troppo all’atteggiamento giusto o sbagliato da avere, a quali sono le cose migliori o peggiori da fare…siamo abituati a pensare troppo e fare di meno. L’atteggiamento giusto ti arriva perché lo senti, perché ne hai bisogno…perché sei diverso dagli altri e non perché lo cerchi.&lt;br /&gt;Con Greg mi trovo benissimo e quando ho lui nei paraggi mi sento libero come non accadeva da diverso tempo. E’ incredibile”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ad unire i due, oltre che una forte amicizia, è soprattutto l’approccio, identico, con cui guardano e si rapportano alla musica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; “Manuel si sente a suo agio con me ed io mi sento a mio agio con lui. Abbiamo un modo molto simile di lavorare. Lui mi ha fatto sentire musica che non conoscevo ed io ho fatto lo stesso con lui, ci siamo scambiati le nostre esperienze e lavorare insieme a questo nuovo album è la cosa migliore e la più interessante che ci poteva venire in mente di fare in questo momento.&lt;br /&gt;E’ iniziato tutto così: io volevo registrare Summertime per il disco di cover ed ho chiesto aiuto a Manuel. Lui voleva fare The Bed (canzone contenuta nell’ultimo album di Lou Reed “The Raven” ndi) ed ha chiesto aiuto a me. Abbiamo fatto tutto molto velocemente: io penso che se ti svegli la mattina e non hai nulla da fare, andare a letto la sera con un’intera cazzo di canzone registrata, se non due, vuol dire aver avuto una buona giornata. A me piace avere sempre buone giornate (ancora risate ndi).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il nuovo album rappresenta per gli Afterhours un passo importante. Un passo che probabilmente spalancherà al gruppo le porte dell’Europa e degli Stati Uniti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Abbiamo lavorato a Catania. In maniera quasi inedita per noi: in tre settimane abbiamo fatto tutto il disco. Quando Greg ci ha raggiunto avevamo solo quattro o cinque canzoni. Con lui ne abbiamo scritte altre tre e finite di registrare altre due.&lt;br /&gt;Ora Greg ha deciso di esportarci e…(risate ndi)”&lt;br /&gt;“…gli esporto, gli esporto (ancora risate). Due settimane fa ho suonato a Londra con i Twilight, ad un certo punto ho invitato Manuel e Giorgio (Prette, il batterista degli Afterhours) sul palco ed abbiamo fatto due pezzi loro. Il pubblico è andato in delirio, è stato fantastico, incredibile… forse perché cantavano in Inglese….(ride ancora)”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Già, la lingua. In che lingua canteranno i nuovi Afterhours? Cambierà il modo di Manuel Agnelli di scrivere canzoni?&lt;br /&gt;Domande legittime a cui serve una risposta:&lt;br /&gt;“Continuerò a parlare di quello che gira intorno a me, non invento storie, non sono bravo a farlo.&lt;br /&gt;L’unica cosa che so fare è parlare di me e delle persone che sono vicine a me. Parlare di quello che MI succede e di quello che CI succede. Io non scrivo tutti i giorni, non voglio che scrivere diventi una schiavitù. Non mi piace: devo avere qualcosa da dire, qualcosa che mi stia molto a cuore. Altrimenti, per fortuna, ho di meglio da fare”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli fa eco Greg Dulli: “ E’ per questo che ho fatto un disco di cover… così ho potuto evitare di scrivere io i testi, grazie a dio l’avevano già fatto gli altri (ridono). A parte gli scherzi: penso che scrivere i testi sia una cosa piuttosto innaturale. Per me è naturale comporre musica, ma mettermi lì e pensare alle cose da dire, alle storie è sempre un’esperienza difficile. Non ho fatto dischi per tre anni per che sentivo di non avere molto da dire.&lt;br /&gt;E’ il prezzo che bisogna pagare quando decidi di raccontare le cose con la tua voce, quando metti i tuoi sentimenti a disposizione di persone che non sanno neanche chi sei.&lt;br /&gt;L’altra sera Manuel ed io abbiamo guardato un documentario su John Lennon.&lt;br /&gt;Ad un certo punto si vede un tizio che gli dice: “Grazie, le tue canzoni parlano della mia vita.” e Lennon: “No, non parlano della tua, parlano della mia”.&lt;br /&gt;Questa è una cosa che mi fa paura, ma è normale: siamo umani ed abbiamo delle cose in comune.&lt;br /&gt;Posso ascoltare qualsiasi canzone, di chiunque ed in qualsiasi paese, e capire quel sentimento perché probabilmente l’ho provato anche io in precedenza. Non serve sapere le lingue, prendi ad esempi Fela Kuti: io non parlo lo zulù, non capisco una parola, ma ogni volta che sento la sua voce riesco a comprendere dal tono che usa quello che sta cantando. Mi succede lo stesso quando ascolto la Carmen. E’ un’opera ed è in un’altra lingua ma l’emozione della voce mi dice quello che serve che io sappia”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E’ proprio l’amore della musica, per tutta la musica, che anima le scelte di Manuel Agnelli e Greg Dulli, da sempre. Ed è per l’amore della musica che si prende una canzone di altri e si cerca di renderla propria. A quel punto il bisogno di inciderla diventa quasi fisico:&lt;br /&gt;“E’ da parecchio che con gli Afterhours cerchiamo di fare cover in maniera personale, nostra.&lt;br /&gt;Non credo però che ne faremo mai un disco intero, non ora almeno. Ora abbiamo altri interessi.Siamo riusciti a raggiungere un tipo di scrittura finalmente nostro e vogliamo totalmente rivolgerci verso quel tipo di cose. Però lavorare con Greg a She Loves You mi ha appagato molto. Mi ha fatto ritrovare l’approccio giusto nei confronti di quelli degli altri”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Quando ho iniziato a pensare al disco di cover non avevo in mente di fare un album e soprattutto non avevo in mente di prendere una canzone per ogni decennio. In She Loves You ci sono canzoni degli anni trenta, quaranta, cinquanta, sessanta, settanta, ottanta, novanta ed anche duemila, è successo per caso ma sono contento. E’ così perché mi piace la musica di tutte le epoche, non solo di un periodo preciso. Mi piace la musica, punto e basta. All’inizio volevo fare solo canzoni di donne, poi ho preso altre direzioni ed ho fatto anche brani di uomini. Anche se comunque sono sempre canzoni che parlano di donne”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Greg ride e continua a spiegare cosa lo spinge a fare le cose che fa:&lt;br /&gt;“E’ molto naturale, non c’è niente di preventivato. Faccio le cose perché mi va di farle, perché sento di fare così.&lt;br /&gt;Per esempio: quando vengo in Italia per suonare con gli Afterhours o perché dobbiamo lavorare al disco, lo faccio perché mi sento parte della band.&lt;br /&gt;Io sono un membro della band, quello che facciamo lo sentiamo. Altrimenti sarebbe triste e non credo che staremmo qui a parlare con te.&lt;br /&gt;Io vengo in Italia e sono parte della band. Lo stesso è Manuel quando viene in America per suonare con i Twilight Singers. Adesso faremo un tour e Manuel sarà il nostro tastierista. Ma non vi preoccupate, tornerà presto: deve finire di mixare l’album”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Sono molto eccitato dall’idea di andare in America a suonare per un po’. E poi sono contento di dover suonare il piano. Per colpa di Greg ora mi devo rimettere a studiarlo. Grazie Greg, Grazie Papà”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Grazie Manuel, GRAZIE PAPA!”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E così, tra le risate generali e l’italiano bizzarro di Mr. Greg Dulli finisce l’intervista. Ancora più di prima siamo convinti che il bello debba ancora arrivare. Arriverà presto, per fortuna.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; *Grazie a Giulia che mi ha prestato il registratore ed ha sbobinato l’intervista. Grazie davvero!&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/12379006-111426888319713508?l=indie-ssolvenza.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/111426888319713508'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/111426888319713508'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://indie-ssolvenza.blogspot.com/2005/04/greg-dulli-e-manuel-agnelli-matrimonio.html' title='Greg Dulli e Manuel Agnelli: Matrimonio All’Italiana'/><author><name>colas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01770508510427584088</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-12379006.post-111426874244187486</id><published>2005-04-23T08:03:00.000-07:00</published><updated>2005-04-23T08:05:42.453-07:00</updated><title type='text'>Sulle Ali Della Farfalla - Blonde Redhead</title><content type='html'>&lt;em&gt;Succede che passi la notte su un divano letto rimediato per caso all’ultimo momento…&lt;br /&gt;Succede che non riesci a chiudere occhio perché un gatto, che condivide con il cantante dei Motorhead nome e baffi, vuole giocare al “kamikaze” lanciandosi su di te ogni cinque minuti.&lt;br /&gt;Succede che poche ore dopo sei in piedi: in faccia i segni della nottata e nella testa il suono sordo ed impietoso di un martello pneumatico.&lt;br /&gt;Di fronte, invece, hai il gruppo del momento e l’unica cosa che puoi fare é dimostrarti sveglio e brillante. C’è un’intervista da portare a termine e chi sostiene che quello del giornalista musicale non sia un lavoro duro è pregato cortesemente di chiudere ed andare a farsi un giro.&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; I Blonde Redhead siedono dall’altra parte del tavolo tranquilli e rilassati. Nonostante l’ora decisamente insolita sembrano freschi ed ansiosi di raccontare i segreti nascosti dietro un album bello ed importante come Misery Is a Butterfly (4A.D.).&lt;br /&gt;Dopo i normali convenevoli di rito (la buon’educazione prima di tutto) e qualche chiacchiera buttata lì per spezzare la tensione, si decide di iniziare l’intervista.&lt;br /&gt;Simone, il “gemello dietro i tamburi” è perso dentro la sua tisana, a rispondere sono Amedeo Pace e Kazu Makino. Le mie dita decidono di premere i tasti giusti del registratore, la “lucetta rossa” è finalmente accesa…si parte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LT: “Una volta mi è capitato di leggere un’intervista a Brian Eno dove raccontava di aver inventato l’ambient music perché impossibilitato nei movimenti, a causa di una paresi dovuta ad un incidente, o qualcosa del genere. Mi sembra di aver letto una cosa simile anche nella vostra biografia (Kazu è rimasta, a lungo tempo, gravemente infortunata inseguito una caduta da cavallo ndi), significa forse che i grandi dischi, ed il vostro lo è, debbano per forza nascere da periodi di estrema difficoltà, oppure si tratta semplicemente di un caso?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;      Mentre Amedeo sta iniziando a rispondere, Kazu ferma tutto: vuole sapere di più su la storia di&lt;br /&gt;      Brian Eno…seguono alcuni minuti in cui il racconto completo de “Il Giorno In Cui Brian     Inventò La Musica Ambient”, viene inframmezzato dai continui bisbigli della cantante: “It’s   cool…cool”.  Alla fine, è proprio lei che prende la parola.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Kazu: Vorrei dirti di no, vorrei davvero dirti che non è così e credo fortemente che    le cose belle possano venire fuori anche da momenti felici. Come del resto le cose spiacevoli, per esempio: può succedere che sei contentissimo di andare a suonare in un bel posto, di fronte quello che ritieni un pubblico perfetto ed alla fine ti ritrovi a fare un concerto pessimo, magari commetti anche degli errori che ti rovinano la serata e ti fanno venire voglia di passare il resto del tempo in un angoletto a fissare il muro. Non sei la prima persona che ci parla di questo disco come del nostro migliore e di sicuro l'album è figlio di un brutto periodo per ciascuno di noi tre.&lt;br /&gt;Forse hai ragione, io spero di no e spero che noi si possa essere il più felice possibile e creare lo stesso della musica altrettanto buona…per quanto sia molto difficile per me capire se quello che facciamo è bello o brutto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LT: Trovo Misery Is A Butterfly carico di sentimento e per sentimento intendo quella sensazione di dolore e sofferenza che accompagna ogni singola parte dell’album, dalle parole alla musica, come se ci fosse un sottile filo rosso a legare tutte le canzoni. Un unico mood dall’inizio alla fine…&lt;br /&gt;Amedeo: E’ così. In realtà è una cosa che abbiamo cercato di fare in ogni nostro lavoro, ed è quello che rende speciali i dischi che da ascoltatori amiamo di più in assoluto, quelli dove c’è una tensione emotiva che ti accompagna dal primo all’ultimo minuto ed è impossibile distrarsi. E’per questo che in chiusura usiamo sempre una canzone dal respiro diverso dalle altre…è come stare seduti per tanto tempo ed all’improvviso alzarsi e mettersi a saltellare (risate ndi).&lt;br /&gt;Kazu: Diciamo anche che in questo caso abbiamo messo per ultima l’unica canzone dell’album veramente “positiva” ed è un piacere ascoltarla dopo tutta quella sfilza di storie tristi (altre risate).&lt;br /&gt;                 &lt;br /&gt;LT: Per la prima volta avete abbandonato l’approccio minimale che vi aveva caratterizzato fin qui e vi siete messi a giocare con strumenti per voi inusuali come: archi, tastiere…&lt;br /&gt;Amedeo: Da un po’ di dischi a questa parte, ogni volta prima di entrare in studio, ci chiedevamo quanto sarebbe stato bello avere con noi una sezione d’archi. Poi per motivi di soldi e cose del genere non se n’é mai fatto nulla. Questa volta, invece, è stato possibile sperimentare.&lt;br /&gt;Kazu: La colpa è tutta del clavinet che abbiamo trovato in studio quando abbiamo registrato Melodies. All’inizio né eravamo affascinati, dopo un po’ che ci passavamo del tempo sopra, Amedeo aveva completamente perso la testa e voleva suonare solo quello. Una volta, terminata la scrittura delle nuove canzoni, ci siamo resi conto che era ora di ritirarlo fuori e con lui tutta un'altra serie di strumenti che potevano essere perfetti per questi brani.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LT: Sono rimasto sorpreso anche dal suono: mai così nitido e ben prodotto. Avete lavorato con lo stesso team di Melodies (Guy Picciotto- Fugazi- in cabina di regia e John Goodmanson) eppure sembra tutto diverso. E’ cambiato il modo di scrivere o più semplicemente solo quello di registrare?&lt;br /&gt;Amedeo: Per quest’album abbiamo cercato di ottenere il sound migliore possibile, siamo stati per giorni e giorni a cercare di ottenere un suono di batteria che facesse tremare i muri, una volta raggiunto lo scopo siamo passati a tutto il resto. Non ostante quello che si possa pensare questo disco è stato fatto molto in fretta: solo venti giorni per registrare e dieci per mixare…&lt;br /&gt;LT: Un solo mese???&lt;br /&gt; E cosa avete fatto allora negli ultimi quattro anni (ristate ndi)?&lt;br /&gt;Amedeo: Negli ultimi quattro anni sono successe parecchie cose: inizialmente abbiamo passato molto tempo a scrivere e quando eravamo pronti per entrare in studio abbiamo dovuto rinviare tutto a causa della morte della mamma di Guy. La volta successiva era l’ingegnere del suono ad essere occupato con un impegno più danaroso e ci siamo dovuti stoppare di nuovo. Poi lei (guarda Kazu che, nel frattempo, è totalmente assorta a fissare il muro ndi), ha avuto l’incidente e così siamo stati costretti a passare diversi mesi in casa, riascoltando i nastri che avevamo inciso. Devo ammettere, però, che questo è stato quasi un bene e ci ha aiutato molto a conseguire il risultato che volevamo ottenere.&lt;br /&gt;Kazu: Comunque il disco era già pronto un anno fa, poi è successo che abbiamo cambiato label e…&lt;br /&gt;LT:..siete passati alla 4 A.D. che è molto di più di una semplice etichetta discografica. Un vero e proprio marchio di fabbrica per un certo tipo d’estetica e d’approccio che il vostro ultimo lavoro richiama in pieno. Come vi trovate nella vostra “nuova casa”?&lt;br /&gt;Kazu: Noi abbiamo scelto quest’etichetta perché ci fidiamo delle persone che ci lavorano e delle promesse che ci sono state fatte. Ci siamo lanciati in pieno in questo “mondo 4 A.D.”, ma vogliamo dimostrare a tutti i costi d’essere ancora “noi” e di esistere indipendentemente dalla label per la quale incidiamo. Siamo contenti di essere su 4.A.D. per quello che rappresenta, ma soprattutto perché ci permette d’avere lo stesso impatto in tutti i paesi in cui il disco esce e nello stesso momento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LT: Certo che deve essere difficile per voi compiere questo salto da un’etichetta relativamente piccola come Touch And Go a questa che ha quasi la forza di una major. Siete spaventati?&lt;br /&gt;Amedeo: Spaventati non di certo, o meglio siamo spaventati dal fatto di dover lavorare molto di più (ride ndi).&lt;br /&gt;Kazu: Perché dovremmo essere spaventati? In un certo senso è una cosa che abbiamo cercato noi e per ottenerla abbiamo fortemente lottato. In più è un’etichetta europea ed io penso che mai come ora la nostra musica sia stata così adatta alla “vostra” cultura. Io ci trovo molto Serge Gainsburg in questo disco…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LT: Sicuramente...direi che siete riusciti a portare a compimento la vostra trasformazione in scrittori di grande musica pop, nel senso positivo del termine.&lt;br /&gt;Amedeo: Non so se siamo “pop”o meno, io so solo che, da sempre, quello che volevamo fare con questo gruppo era scrivere “belle canzoni” e continueremo cercando di fare sempre meglio. Poi sai, in America c’è tutta un'altra accezione della parola: il pop è quello che va in onda sui grandi network, noi siamo fortunati se ci passa qualche college radio. Penso che questo disco sarà molto più comprensibile per gli europei e penso anche che non si tratti di un album facilissimo. In questo senso era molto più, ehm, pop il disco precedente. Parlo di canzoni come In Particular e This Is Not.&lt;br /&gt;LT: Secondo me anche Elephant Woman può essere considerata un bell’esempio di canzone pop...&lt;br /&gt;Amedeo: Forse si…magari cantata da un'altra cantante (scoppia a ridere ndi)&lt;br /&gt;Kazu (ridendo ndi):  Scusatemi…vi prego, non uccidetemi!!!&lt;br /&gt;Amedeo: Magari Britney Spears...&lt;br /&gt;LT: Uhm, la vedo dura...per Britney, però non sarebbe male fare un video insieme in cui lei vi insegue in hot pants…ehehehe&lt;br /&gt;Kazu: Noooooo!!!! (continua a ridere).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LT: Mi verrebbe quasi da chiedervi se avete in mente un piano per “conquistare” il mondo?&lt;br /&gt;Amedeo: Io penso che quelli che vogliono “conquistare il mondo” siano altri. Non credo che noi abbiamo il potere necessario per fare questo, credo però che ci siano molte “brutte” cose da mettere a posto e noi, magari, possiamo contribuire a farlo impegnandoci al meglio, suonando la nostra musica e cercando di trasmettere l’energia giusta a chi ci ascolta. Ecco, io penso che se c’impegniamo tutti a migliorare “il nostro piccolo” forse, alla fine, non avremmo conquistato il mondo ma sicuramente lo avremmo reso un posto migliore.&lt;br /&gt;Kazu: Per noi l’importante è riuscire a fare bene le cose che sappiamo fare e vivere in pace con l’universo. Ora come ora, la mia mente è tutta presa da queste nuove canzoni e dalla ricerca del modo per riuscire ad interpretarle nella maniera giusta. Se ci riusciremo sarà come dare una chiave d’accesso per il nostro “piccolo mondo segreto”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LT: Nella vostra musica e, credo, anche nel vostro modo di affrontare la vita, condividono tre diverse culture: quella orientale, quella europea e quella del vostro paese adottivo. La cosa affascinante è che parlando con voi, non si ha l’impressione di trovarsi davanti una giapponese e due italiani che vivono in America, ma tre persone che hanno sviluppato un modo tutto loro di rappresentare queste tre cose. Il vostro “piccolo mondo segreto”, appunto.&lt;br /&gt;E’ stato facile  raggiungere questo equilibrio?&lt;br /&gt;Amedeo: “No, non è mai stato facile e probabilmente mai lo sarà. Sicuramente noi non ci sentiamo “di nessun posto”, sappiamo da dove veniamo e personalmente sono molto contento quando posso trascorrere del tempo qui, però non so…&lt;br /&gt;Kazu: …diciamo che stiamo ancora cercando un posto in cui sentirci pienamente a nostro agio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LT: Questo per voi è un anno “importante”. Misery Is a Butterfly è uscito da poco e ci sono grosse aspettative in merito, voi come state vivendo questa cosa, sentite la pressione?&lt;br /&gt;Amedeo: Io non so ancora cosa dobbiamo aspettarci da questo lavoro, non so che tipo di reazioni susciterà in America. Secondo me, è troppo distante da quella cultura, anche i nostri amici fanno fatica a capire un album del genere. Pensano che dentro ci sia troppa oscurità, lo trovano pesante ed oppressivo. L’apprezzano, ma fanno fatica ad andare “nel profondo”.&lt;br /&gt;Kazu: Io sono rimasta incredibilmente sorpresa di come francesi ed italiani hanno accolto il disco, non mi aspettavo tutta questa attenzione. In America, invece, per ora abbiamo riscontrato solo un “quieto” silenzio…speriamo che le cose migliorino con il tempo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LT: Forse, in questo senso, vi aiuterà il tour che state per intraprendere. Come avete intenzione di rappresentare sul palco il vasto assortimento di suoni e strumenti presenti nell’album, allargherete l’organico?&lt;br /&gt;Amedeo: Si, suonerà con noi un ragazzo molto bravo che ha già fatto qualche tour con Unwound e Melvins. Lui suonerà la chitarra, in modo da consentire a Kazu di occuparsi con più calma delle tastiere e poi farà un po’ da polistrumentista suonando qualcos’altro qua e la. Inoltre stiamo cercando di avere delle proiezioni che accompagnino il concerto e ci piacerebbe, ogni tanto, avere qualche ospite sul palco con noi….è il mio sogno: avere un sacco di gente vicino mentre suono, non so quello che potrebbe venir fuori, ma almeno mi sentirei molto più sicuro.&lt;br /&gt;LT: Perché non un concerto con l’orchestra?&lt;br /&gt;Amedeo: Ci piacerebbe fare qualcosa del genere, magari per un occasione speciale, una “serata unica”. Il problema è che sarebbe terribile suonare in mezzo a musicisti eccezionali e cantare in maniera tremenda, commettendo errori su errori. Penso che moriremmo dalla vergogna, quindi se succederà, sarà solo a fine tour.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LT: Ultima domanda: se vi rubassero tutte le parole e ve ne lasciassero solo tre per definire la vostra musica, quali pensate siano le più adatte?&lt;br /&gt;Amedeo: Uhm…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Seguono trenta secondi di silenzio, inevitabili dopo una domanda così stupida…Kazu incomincia a vagare con lo sguardo come in cerca di qualcosa ed esclama:&lt;br /&gt;“ Lavazza, Espresso, Caffè…”, ovviamente scoppia a ridere.&lt;br /&gt;Amedeo: Non lo so, veramente non né ho idea, dicci quali sono le tue?&lt;br /&gt;LT: Ci provo: sofferenza, dolcezza e…meraviglia!!!&lt;br /&gt;Kazu: Si, mi piacciono tutte e tre. Sono d’accordo.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quelle che avvengono dopo sono solo chiacchiere a ruota libera. Si parla degli spostamenti di entrambi, io in treno verso casa loro in aereo verso Madrid e di un po’ di dischi da comprare prima di partire.&lt;br /&gt;Amedeo vuole conoscere un po’ di cose italiane, prende un foglietto e si appunta dei nomi, Kazu nel frattempo guarda dalla finestra…&lt;br /&gt;Simone alza finalmente la faccia dalla tisana, segno chiaro ed inequivocabile che il tempo a mia disposizione è veramente terminato, l’intervista anche…andate in Pace.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/12379006-111426874244187486?l=indie-ssolvenza.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/111426874244187486'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/111426874244187486'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://indie-ssolvenza.blogspot.com/2005/04/sulle-ali-della-farfalla-blonde.html' title='Sulle Ali Della Farfalla - Blonde Redhead'/><author><name>colas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01770508510427584088</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-12379006.post-111426851678088286</id><published>2005-04-23T07:58:00.000-07:00</published><updated>2005-04-23T08:01:56.796-07:00</updated><title type='text'>American Music Club e R.E.M. – Once Were Warriors</title><content type='html'>Se siete abituati a tenere abitualmente in mano questa rivista, probabilmente converrete con noi che il duemilaquattro passerà agli annali come quello dei grandi ritorni.&lt;br /&gt;Mentre quelli “giusti e alla moda” celebrano la reunion dei panzuti Duran Duran come se fosse un evento veramente degno d’interesse, sono in pochi quelli che si sono accorti del ritorno in pista degli American Music Club. Una delle più sorprendenti band dell’indie americano, che a dieci anni di distanza dall’ultima uscita regala un album fresco ed allo stesso tempo avvolgente nelle sue ballate dense e senza tempo. Più o meno lo stesso tipo di discorso avviiato dai R.E.M. con l’ultimo “Around The Sun”.&lt;br /&gt;Un gruppo che non se n’è mai andato per davvero; ma che ora è tornato a far sentire forte la sua voce con un disco fortemente influenzato da temi politici e sociali.&lt;br /&gt;Li abbiamo incontrati, e questo è quello che ci hanno raccontato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;American Music Club: Canzoni d’Amore Per Patrioti&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;“...è che sono un bugiardo!”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La voce e le risate di Mark Eitzel risuonano all’altro capo del telefono.&lt;br /&gt;Il nostro eroe è in Italia per impegni promozionali legati all’uscita di “Love Songs For Patriots”, il primo disco del “Club Americano della Musica” da un bel po' di anni a questa parte. Eitzel è ansioso di spiegare il perché ed il percome di questo ritorno in pista e noi lo lasciamo fare:&lt;br /&gt; “Lo so: avevo detto che non avrei mai più lavorato con la band ma è andata così: ero a Chicago e stavo lavorando ad un disco solista. Avevo già scritto sette canzoni che mi piacevano molto. Per registrarle avevo chiamato alcuni dei miei compagni American Music Club ed alla fine abbiamo pensato che erano pezzi troppo buoni per un mio disco da solo (ride, ndi), così abbiamo trasformato il tutto nel nuovo disco della band, e quello che è accaduto dopo dovresti saperlo anche tu, dato che hai ascoltato il disco.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’estate musicale di quest’anno è stata veramente “strana”. Se guardi le uscite dei dischi, i tour più riusciti, si fa sempre riferimento a band come Pixies, R.E.M., Morrissey ed ora voi American Music Club…proprio come nel millenovecentoottantotto!&lt;br /&gt;“Hehehe…in effetti fa sorridere, ma non so perché sia successo questo, forse lo sai tu, forse lo sa qualcun altro…ma io no! (Ride di nuovo, ndi)”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È diverso per te scrivere canzoni pensando che siano destinate ad un tuo “solo album” oppure ad uno del gruppo? Hai lo stesso tipo di approccio alla composizione oppure lavori in maniera diversa a seconda delle situazioni?&lt;br /&gt;“È diverso, eccome se è diverso. Quando scrivo da solo io sono l’unico giudice delle canzoni e dato che le scrivo io finisce sempre che mi guardo allo specchio e dico: 'Mark, hai fatto un buon lavoro', oppure: 'Non ho fatto un buon lavoro ma chi se ne frega…va bene lo stesso!'.&lt;br /&gt;Quando lavoro con la band invece è tutta un’altra cosa: è come prendere le mie canzoni e farle ascoltare per la prima volta al pubblico. Loro sono il mio pubblico: io arrivo lì convinto di aver fatto un capolavoro, gli altri mi guardano e: 'Mark, forse non è venuta un gran che bene…magari se ci lavoriamo un po’ su e…'. Sono molto contento di questo approccio: gli altri 'fratelli' hanno il giusto distacco per capire se un pezzo è buono o meno e questo spinge me stesso a migliorare come autore per proporre sempre canzoni all’altezza del loro gusto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tu sei sempre stato identificato come una sorta di cantastorie. Le cose che scrivi e che racconti riescono sempre ad entrare nell’intimità di una persona e farla a pezzi, riesci alla perfezione a descrivere sentimenti e stati d’animo, anche quando non parli di te in prima persona.&lt;br /&gt;L’unica cosa che non sembrava toccarti minimamente sono le tematiche politiche e sociali. Come facevi ad essere così impermeabile agli eventi che ti arrivano dall’esterno, dal mondo in cui vivi?E perché nel nuovo album hai invece deciso di cambiare direzione?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“In realtà il fatto è che a me piace scrivere delle “cose che mi succedono quando succedono”.&lt;br /&gt;Prendi per esempio Myopic Books: quello che racconto è proprio quello che è accaduto: ero in giro a piedi, faceva freddo ed ero solo, sono entrato in una libreria (Myopic Books appunto) ed i commessi stavano ascoltando i Dinosaur Jr. Questo mi ha fatto stare bene ed ho voluto raccontarlo.&lt;br /&gt;Io sono affascinato dalla verità, anche nelle canzoni. Non mi piace dire bugie e cercare di raccontare cose che non conosco e che non mi toccano. Io parlo sempre di cose che sento mie e che conosco bene, sia che si tratti di storie d’amore, di viaggi o di politica. L’importante è che siano reali, ci sono già tanti altri che dicono bugie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un’altra cosa che ritorna spesso nei tuoi brani sono i luoghi in cui vivi e ti muovi. Penso a San Francisco, Portland, Londra…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Il fatto è che viaggio un bel po’! A parte gli scherzi, mi piace parlare dei posti in cui vivo e di quelli in cui capito per motivi di lavoro o di diletto. Mi piace raccontare le persone che vivono in certi posti e come vivono. Il posto in cui nasciamo, cresciamo ed abitiamo influenza la nostra vita in tutto e per tutto: un californiano vive i sentimenti in maniera diversa rispetto ad un europeo ma anche rispetto ad uno di Seattle. Questa cosa è bellissima e mi affascina un casino… e comunque: io davvero viaggio un bel po’…troppo! (Mark scoppia in una risata fragorosa, ndi)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo disco esce a parecchi anni di distanza dall’ultimo American Music Club. Come lo vedi in rapporto con il resto della vostra discografia passata?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Diversissimo! Questa volta siamo stati attenti agli arrangiamenti ed abbiamo sviluppato i brani in maniera differente rispetto al solito. Abbiamo curato ogni dettaglio e credo che quello che sia venuto fuori sia un disco molto vario, soprattutto rispetto ai nostri vecchi album. Sai che c’è: in molti mi chiedono cosa penso del modo in cui la gente accoglierà 'Love Songs For Patriots', ma io davvero non lo so. Anzi, non me ne frega niente. Sono contento di come è venuto e questo mi basta e mi avanza”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E della reazione della critica che mi dici, neanche di quella t’interessa niente?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Non lo so, man. Però mi hanno detto che il nome del tuo magazine è LosingToday e questo mi piace molto. Mi ricorda quei giornali che vanno forte in America che credono di poterti spiegare come affrontare la vita. Ovviamente dicono solo cazzate. Ma LosingToday mi piace davvero tanto come nome…penso di essere perfetto per un giornale così. Per esempio oggi ho fatto un po’ di foto per Giorgio Armani e poi sono andato a mangiare nel migliore ristorante giapponese di milano e…che dici: si capisce che sto scherzando?”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando gli American Music Club facevano dischi il modo di fruire la musica era totalmente diverso e…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Io penso sia molto meglio adesso. Per esempio io sono un grande fan di Itunes, ho un Ipod  pieno di roba interessante da ascoltare e penso che questa sia un invenzione grandiosa. Ma Internet è importante anche per un sacco di altri motivi. Prendi le radio: negli States le radio che passano musica come quella che piace a noi praticamente non esistono più. In ogni stazione c’è la stessa musica, uguale dappertutto. Ascoltare la radio su Internet è grandioso, si scoprono un sacco di cose interessanti. Io per esempio vado pazzo per quelle che mandano solo musica elettronica, ce ne sono alcune grandiose.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ecco: la musica elettronica mi sembra un’influenza molto importante nel tuo percorso da solista, invece in questo disco…&lt;br /&gt;“Non preoccuparti. Tornerò presto a fare “dischi strani di musica elettronica strana”. In realtà sono già al lavoro su un disco che va in quella direzione, anche se parto sempre dal lavorare con strumenti analogici e poi finisco per sporcare tutto con le macchine. Ma devo dire che al momento la cosa che mi piace di più è proprio scrivere canzoni che siano belle e basta. Per usare bene il computer devi studiare, io ho dovuto farlo per capire come far funzionare bene programmi come Pro-Tools, Reason e Recycle. Ora non voglio più imparare. Voglio solo scrivere canzoni.&lt;br /&gt;È un momento in cui mi sento molto ispirato da quello che faccio e dalle cose che mi piacciono.&lt;br /&gt;Per esempio Greg Dulli. Lui è uno che ho sempre stimato tantissimo e l’ultimo disco dei Twilight Singers mi ha colpito un casino. A proposito: l’altra sera mentre guidavo da Portland a Seattle ho sentito in radio una canzone che mi piaceva un sacco. Ripeteva sempre: “On my knees, On my knees, there’s a power on my knees…”, mica sai per caso di chi è?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;R.E.M.: The Truth Around The Sun&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ti accorgi che gli anni passano per tutti quando per la prima volta ti ritrovi di fronte ai R.E.M.&lt;br /&gt;Talmente vicino da poter vedere i segni che incominciano ad apparire sul volto di Michael Stipe, Peter Buck e Mike Mills. Talmente vicino da poterti fermare un attimo e pensare che questi qui sono i tuoi idoli, quelli di cui avevi le foto appese in cameretta e magari ce le hai ancora.&lt;br /&gt;Ti fermi un attimo, ci pensi ed uno strano sorriso ti appare sul volto, ma non c’è tempo:&lt;br /&gt;c’è un disco nuovo da raccontare e tu sei qui per questo…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C’è un disco nuovo, e si chiama “Around The Sun”. E nonostante tra il loro debutto e questo nuovo lavoro ci siano più di vent'anni e una discografia ormai consegnata alla leggenda, i Tre Moschettieri di Athens (laddove Peter Buck sarebbe Porthos) sono ancora qui a parlare del loro disco, a spiegare le loro scelte. E noi, in silenzio, li lasciamo parlare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Quella del titolo è una questione che interessa più alla gente che a noi. Molto spesso è capitato di non avere un titolo fino a qualche settimana prima dell’uscita dell’album, altre volte invece sapevamo come avremmo chiamato il tutto prima ancora di registrarlo, per esempio 'Life’s Rich Pageant'. Una tradizione di questo gruppo vuole comunque che scegliamo i titoli dei pezzi alla fine del lavoro, dopo il mixaggio e tutto il resto. C’era questo brano scritto da Michael che parlava del mondo come un gruppo di persone sedute intorno al sole, 'Around The Sun', appunto, ed abbiamo deciso che sarebbe stato un titolo buono per l’intero disco.” (Mike Mills)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Noi siamo una rock band e ci piace suonare rock, con tutti gli annessi e connessi che questa parola rappresenta nel duemilaquattro. Ma un album è una cosa diversa, almeno per me. Un album è la fotografia di un momento, e deve rappresentare in tutto e per tutto cosa ti passa per la testa nel periodo in cui lo scrivi e lo registri. Deve essere una cosa a sé, tutti i miei dischi preferiti lo sono.” (Michael Stipe)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“La scorsa estate siamo stati in tour e quando siamo tornati in studio pensavamo di fare un album più diretto e simile alle nostre esibizioni dal vivo. Alla fine ci siamo ritrovati con tantissime canzoni, una diversa dall’altra: c’erano dei brani acustici, dei brani più rock ed altri più pop. Quando si è trattato di scegliere abbiamo deciso di privilegiare quelli che andavano in una direzione piuttosto che in un'altra. È’ venuto fuori un disco omogeneo, e questo non mi dispiace. La maggior parte dei dischi che amo sono compatti e quando li metto sul piatto sembra di essere catapultatati all’interno di un viaggio. 'Astral Weeks' di Van Morrison è così.&lt;br /&gt;Un disco che ho suonato fino alla nausea.” (Peter Buck)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Negli ultimi due album avevamo utilizzato molti loop e cose del genere, questa volta invece volevamo lasciare un sacco di spazi vuoti, far sentire “la bellezza del silenzio”. Io sono un bassista e la prima qualità che devi avere per essere un buon bassista è quella di tirare fuori bei riff ma anche quella di saper riempire i momenti in cui non suoni. Quello che cerchiamo di fare noi come gruppo è esplorare la bellezza del suono, creare un suono che emozioni e che catturi l’ascoltatore. Come succede a me quando ascolto 'Pet Sounds'.” (Mike Mills)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Avevamo più di cinquanta canzoni pronte e credo che molto presto cercheremo di farle uscire. Abbiamo intenzione di lavorare al disco rock che sarebbe dovuto essere 'Around The Sun' durante il prossimo tour. Provare i pezzi nei soundcheck, registrarli alla buona… cose così insomma. Vogliamo recuperare un po’ d’immediatezza.” (Peter Buck)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Penso che i nostri dischi abbiano sempre bisogno di più di un ascolto per essere assimilati. È un po’ come quando senti un disco dei Coldplay. Loro fanno canzoni complicate ma lo stesso riesci subito a capire benissimo quali corde vogliono toccare e cosa vogliono dire, mentre con i Radiohead è diverso: devi entrare dentro il loro mondo e per farlo ci vogliono almeno sette/otto ascolti. Noi siamo nel mezzo.” (Michael Stipe)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“I testi di Michael questa volta parlano quasi tutti della difficoltà di vivere in America in questo momento. Ci sono canzoni molto dure come I Want To Be Wrong e Final Straw ed altre quasi ottimiste. Per esempio Around The Sun è così, una delle più ‘sorridenti’ della nostra intera carriera, anche troppo. Tendenzialmente Michael è portato all’ottimismo molto più di me. Comunque non penso a noi come ad una band politica, o meglio: lo siamo sempre stati ma in una maniera diversa da come intendono tutti. Anche dischi come 'Murmur' e 'Fables' lo erano, ma senza volerlo essere esplicitamente.”(Peter Buck)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Un errore che la gente fa spesso quando cerca d’interpretare i miei testi è pensare che siano scritti in prima persona, che in qualche modo siano autobiografici. Non lo è mai stato, ogni volta che scrivo qualcosa non lo faccio per raccontare il mio punto di vista, non sono Michael che canta cosa pensa, cerco di entrare nella vita degli altri e di prenderne il posto per la durata del pezzo. Quindi la maggiore sorpresa per me è stata proprio quella di essere riuscito per la prima volta a mettere nelle mie canzoni, in alcune soprattutto, me stesso. Non era mai successo prima, giuro.” (Michael Stipe)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Abbiamo scelto Leaving New York come primo singolo perché in un certo senso è il pezzo che spiega meglio le nostre idee sull’America di oggi: è il racconto di una situazione che si è fatta insostenibile e della necessità di lasciarsela alle spalle per riuscire a preservarne un ricordo migliore” (Peter Buck)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Non esiste un’interpretazione corretta per Leaving New York, l’ho scritta cercando di abbracciare più situazioni. La puoi prendere come una canzone d’amore per la città, per una persona, oppure per qualcosa di molto più profondo e sociale. E queste tre possibilità sono tutte giuste ed allo stesso tempo sbagliate, è sempre così nei testi che scrivo: non sono mia netti e lineari, forse perché  neanche io lo sono come persona” (Micheal Stipe)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Parteciperemo al Vote For Change tour in supporto di Kerry. È un’iniziativa importante e senza precedenti. Con noi ci saranno artisti che non hanno mai reso pubblico il loro appoggio ad un candidato in particolare, come Dave Mattews ,Bruce Springsteen… in un certo senso anche noi, ed altri che invece si sono schierati sovente (Pearl Jam, Dixie Chicks, James Taylor). Ci saranno due show per serata in altrettante città degli States ed altri eventi collaterali. Ogni sera cercheremo di sensibilizzare il pubblico ad andare a votare. È importante e credo che altri quattro anni con questa amministrazione non facciano bene a nessuno, dobbiamo far sentire la nostra voce. Poi penso che sarà una cosa anche divertente per chi ci verrà a sentire ed ogni serata sarà diversa dalla precedente, ci sarà parecchia interazione tra tutti i musicisti coinvolti.” (Peter Buck)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Guardo le notizie che arrivano dall’Iraq e non riesco a smettere di provare molta tristezza. Ma il problema è alla base: questa guerra nasce dalle menzogne e l’America è una nazione governata con le menzogne. In questo momento, oltre la guerra che si combatte nel medioriente ce n’è un’altra in atto tra i media americani e chi cerca di fare controinformazione. Come per esempio con Michael Moore. Io non condivido totalmente le sue opinioni e so che anche le sue azioni ed i suoi film hanno un puro intento propagandistico, ma sono importanti e servono a scardinare le convinzioni di alcuni abitanti del paese. È come la storia di Davide e Golia. Il governo degli Stati Uniti è il gigante, Michael Moore e quelli che come noi parteciperanno al Vote For Change sono Davide. Speriamo l’esito sia quello che tutti ci auguriamo.”&lt;br /&gt;(Michael Stipe)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Per me è importante far capire alla gente che in questo momento più che definirsi contro Bush sarebbe meglio essere pro Kerry. Se non altro mi sembra una persona quantomeno più intelligente anche se effettivamente non è che sia molto difficile esserlo. Ma è una questione molto più complessa di così, in America è il sistema bipartitico a non funzionare più, basta ricordarsi di cosa è successo alle scorse elezioni. C’è bisogno di un cambiamento, mi sembra chiaro.”(Mike Mills)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Il tour dell’anno scorso è stato molto bello ed è andato molto bene. Suoneremo qualche canzone inedita ed ovviamente i pezzi di Around The Sun, magari non tutti. Però vogliamo lasciarci aperta la possibilità di fare ogni sera uno show diverso e di far sentire al  nostro pubblico le canzoni che desiderano sentire come Losing My Religion, The One I Love, Man On The Moon. C’è poco da fare: le abbiamo scritte noi, le amiamo, pensiamo che siano grandi e siamo contenti che il pubblico le ami quanto noi e non si sia ancora stufato di ascoltarle” (Peter Buck)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Abbiamo un nuovo batterista, Bill Rieflin, che ha già suonato con  noi la scorsa estate ed ha dato un contributo importantissimo al disco, dove ha suonato anche le tastiere. La gente se lo ricorda come il batterista dei Ministry, ma lui ha suonato con un casino  di gente importante come Robert Fripp e la  band di Chriss Novoselic. Non è un metallaro, tranquilli ed è molto bello suonare dal vivo con uno come lui”(Mike Mills)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“L’ultima volta che ho sentito un altro gruppo ed ho pensato: 'Oddio questi sono meglio di noi', è stato quando è uscito 'The Bends' dei Radiohead... era il millenovecentonovantacinque, se non sbaglio. Ultimamente mi piacciono molto i Thrills, con cui ho lavorato, ed il nuovo degli Interpol.”(Peter Buck)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;“Io non ascolto molta musica quando lavoro ad un disco. Quando siamo in giro invece è Peter che si occupa dello stereo. Tre cose che ho apprezzato tantissimo ultimamente sono gli ultimi lavori di Elf Power, Olivia Tremor Control e Angela McLuscky e poi Charlie Morr che abbiamo visto dal vivo a Stoccolma e che ha fatto uscire un bel disco anche lui.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Mi piace da morire Bjork, l’adoro. Di Medulla  ho ascoltato solo due pezzi ma c’è Peter che l’ha preso ed è totalmente impazzito. E’ pazzo di lei! “(Michael Stipe)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Arriva l’addetta della casa discografica e fa cenno che è finita. Non c’è più tempo per parlare. Michael Stipe fa per raccogliere la sua roba quando i giornalisti presenti si alzano e lo circondano per autografi e foto di rito. Ecco: questi sono i R.E.M., un gruppo capace di smuovere i sentimenti e di creare emozioni anche ad un manipolo di critici musicali che il luogo comune vorrebbe tutti puzza sotto il naso e distaccati, e che davanti a loro regrediscono immediatamente allo stadio adolescenziale. Non mi sembra una cosa da poco.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/12379006-111426851678088286?l=indie-ssolvenza.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/111426851678088286'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/111426851678088286'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://indie-ssolvenza.blogspot.com/2005/04/american-music-club-e-rem-once-were.html' title='American Music Club e R.E.M. – Once Were Warriors'/><author><name>colas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01770508510427584088</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-12379006.post-111426825729714829</id><published>2005-04-23T07:54:00.000-07:00</published><updated>2005-04-23T07:57:37.310-07:00</updated><title type='text'>Adam Green – American Idol</title><content type='html'>“Eh sì, al momento in Germania sono più famoso dei Rolling Stones!”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Adam Green scherza, ma qualcosa di vero c’è.&lt;br /&gt;E’ da poco arrivato in Germania, dopo un incredibile successo ottenuto a Londra, e già si trova a dover rispondere alle domande inutili ed inopportune del sottoscritto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Stiamo ancora ridendo su questa sua ultima affermazione, quando arriva qualcuno a chiamarlo:&lt;br /&gt;“Oddio, è già passata mezz’ora, non me ne sono proprio accorto. Mi dispiace ma devo proprio andare via.&lt;br /&gt;Devo uscire subito da qui. Scusami”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mentre mi mordo le mani per non essere riuscito a fare quella che nella mia testa doveva essere l’ultima domanda, penso che comunque qualcosa di buono l’abbiamo portato a casa. Basta fare un passo indietro e dare un’occhiata al cast.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Interpreti principali:&lt;br /&gt;da questa parte del telefono – Il vostro cronista preferito, che sarei poi io (OK, la smetto).&lt;br /&gt;Dall’altra – Adam Green. Il giovanissimo (solo venti tre anni) songwriter, chitarrista e chi più ne ha più ne metta. Dopo l’esordio folgorante dei Moldy Peaches (un solo album edito da Rough Trade e poi ripubblicato in quindicimila versioni diverse), ha virato verso una carriera solista fatta di lo-fi (“Garfield”), alt. country (“Friends Of Mine), per approdare, con “Gemstones”, a un pop edulcorato che lo fa apparire come una sorta di Michael Bublè dell’indie.&lt;br /&gt;Un “cantante confidenziale”. In pratica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Sì, sono un torch-singer (ride). Però quello lì che hai nominato tu non l’ho mai sentito. Michael…come si chiama. E’ bravo? Dici che devo ascoltarlo?&lt;br /&gt;In America, ti giuro, non l’ho mai sentito e neanche letto su una rivista. Ma stavi scherzando, vero?”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sì, scherzavo.&lt;br /&gt;“Comunque, non è che ho abbandonato le radici country e folk. Semplicemente ho smesso di scrivere le canzoni con la chitarra. A dire il vero, non è che la usassi spesso per comporre anche in precedenza. Di solito scrivevo direttamente cantando le melodie che mi venivano in mente, you know. Penso che il folk sia una chiave per capire tutto quello che faccio, ma non l’unica. Per come la vedo io, non serve saper suonare bene uno strumento per fare delle buone canzoni. Quello che conta è la melodia, il ritmo e tirare fuori un bel ritornello. Poi, è ovvio che per dare un po’ di spinta a tutto questo bisogna saper metterci sotto una bella parte di piano, o di chitarra. Io suono un sacco di strumenti. Tutti male, però ci provo. E questo mi aiuta non poco”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ascoltando uno dopo l’altro tutti i dischi di Adam Green, si ha come l’impressione di assistere ad una sorta di percorso che lo ha spinto, piano piano, ad allontanarsi dalla sgarrupatezza per arrivare, con quest’ultimo lavoro, ad un suono più pulito e maggiormente “prodotto”:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Oddio, questo non è del tutto vero. ‘Gemstones’ è stato registrato nello stesso studio di ‘Friends Of Mine’ e con le stesse persone. Ogni volta che ho fatto un disco ho cercato di farlo usando la ‘migliore produzione possibile’. Ogni volta ho cercato di procurarmi microfoni e strumenti migliori della volta precedente. Questo è quello che io intendo per ‘produzione’. Non certo uno che stia lì a controllare sul mixer i livelli. Quello che rende ‘Gemstones’ così pulito è la cura che abbiamo messo negli arrangiamenti. Abbiamo fatto il possibile per onorare queste canzoni e l’abbiamo fatto, in pratica, suonando tutto live e con solo quattro giorni di tempo. Tutto quello che senti nel disco è stato prodotto direttamente suonando e cantando i pezzi dentro i microfoni, così come erano stati scritti. Senza sovraincisioni e cose simili. Avremmo potuto registrarli anche in casa, ma non avrebbero suonato così bene”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando si parla con Adam, viene naturale perdersi in un percorso mentale che mette in fila New York, gli Strokes (in una canzone Fab Moretti –batterista- viene associato addirittura a Dostojevskij) e tutta la nuova scena musicale nata sulle strade di quella città che una volta avremmo chiamato Grande Mela. Bastano pochissimi secondi, però, per rendersi conto che lui viene da tutt’altro background:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Eh sì, io non m’ispiro ai Television (risate, ndi). Scherzo, in realtà penso che nessuno dei gruppi di questa scena si ispiri totalmente a qualcun altro. Ti posso dire con certezza che agli Strokes non è mai fregato un cazzo dei Television. L’unica cosa che sapevano era che si trattava di una sporca band degli anni settanta, ma non li hanno ascoltati finché qualcuno non li ha usati come termine di paragone nelle recensioni. Dostojevskij, invece è davvero lo scrittore preferito di Fab. O meglio: quando siamo stati in tour insieme, lui si portava sempre dietro questa marea di libri e tutto mi è tornato in mente mentre scrivevo Carolina. Per quanto riguarda me, io non riesco a pensare alla musica in termini di ‘scene’ e ‘stili’. Per me, musica vuol dire solo fare un buon lavoro con le melodie e con gli accordi giusti, tentare di rappresentare, con le mie canzoni, me stesso e la mia personalità. Le mie influenze vengono tutte da cose che ho ascoltato lavorando in un negozio di dischi. Prima di allora erano stati gli ascolti di mia madre e del mio fratello maggiore ad avvicinarmi alla musica… le cose che sentivo alla TV, anche. Poi, una volta a scuola, ho incominciato a suonare la batteria ed apprezzare nomi storici dell’underground come Minor Threat, Black Flag, Bad Brains, ma anche The Jon Spencer Blues Explosion, The Make-Up e Palace Brothers. Lavorare in un negozio di dischi, invece, mi ha aiutato a scoprire grandi classici come Lou Reed, T- Rex, i Doors, Springsteen e soprattutto i vari Hank Williams, George Jones… insomma, un sacco di roba. Ricordo che quando avevo quattordici anni ho tenuto il mio primo concerto, in un bar, fatto quasi tutto di cover di Hank Williams e di mie vecchie canzoni. Tre anni dopo, mentre stavo suonando alla fermata della metropolitana è venuto un ragazzo e mi ha detto: ‘Ehi, dovresti andare a suonare al Sideways Cafè! Penso che gli piaceresti molto.’ Così ci sono andato ed ho finito per fare amicizia con un sacco di musicisti che bazzicavano da quelle parti. In pratica ho passato la maggior parte del tempo dentro quel posto. In un certo senso è come se per un po’ quella fosse stata casa mia.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I dischi di Adam Green (soprattutto “Friends Of Mine” e “Gemstones”) avrebbero tutte le carte in regola per conquistare passaggi radiofonici e trasformare il nostro eroe in una di quelle pop star strafamose che tanto si diverte a prendere in giro. Tutto tranne una cosa: i testi.&lt;br /&gt;Potrà mai arrivare primo in classifica, un tale che canta storie come quelle di Carolina e dei mattoni rossi che cadono dalla sua… insomma, da quella cosa lì?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Quella di Carolina è una storia vera. Parla di una tipa che stava con un mio amico. Lui è diventato matto per questa ragazza ed ha lasciato New York per la California. Dopo pochissimo tempo si è ritrovato senza il becco di un quattrino e neanche un posto dove stare. Per cui si è trasformato in una specie di ragazzo oggetto, dato che Carolina gli pagava da mangiare, l’affitto ed anche i vestiti. Ti puoi immaginare cos’è successo quando è finita. Per il resto: a me piace moltissimo cantare delle persone, raccontare le storie di tutti i giorni, anche quelle che di solito non si raccontano. E’ per questo che parecchie delle mie canzoni si chiamano come i nomi dei personaggi che le hanno ispirate, è il mio modo per mantenermi in contatto con la realtà, è il modo che trovo più interessante. Anche Jessica Simpson è nata per lo stesso identico motivo, io lo so che lei è diventata famosa in Europa dopo che è uscita la mia canzone. Per cui è anche colpa mia, se alcuni canali musicali europei hanno comprato lo show che fa per MTV America (Newlyweds, reality show basato sulla vita di coppia della cantante e Nick Lachey) è perché in passato hanno trasmesso il mio video e mi hanno ospitato a suonare. Vi chiedo perdono (ancora risate, ndi), ma ti giuro che in America lei è sempre stata famosissima. Quando ho scritto la canzone eravamo in tour e, non si sa come, mi sono ritrovato in mano un giornale per teen-ager. Mi ricordo che ho visto la foto di Jessica Simpson e lei mi sembrava un po’…ehm…ritardata, e così abbiamo incominciato a scherzare su questa foto. Il mio amico Jack si è messo a suonare al piano ed io ho incominciato a cantare una melodia che avevo in mente da un po’ di giorni, improvvisando il testo. In seguito ho scritto anche il ritornello ed ho continuato a lavorare sulle strofe. Non avevo in mente di fare una canzone su Jessica Simpson, però mentre lo facevo, più andavo avanti col lavoro e più mi piaceva. La scrivevo e pensavo: dai, se viene bene la metto nel mio prossimo disco. Così ho incominciato a suonarla dal vivo, per testarla, e mi sono reso conto che piaceva anche alla gente, che avevo fatto un buon lavoro. E infatti è diventato il mio ‘unico singolo di successo’, un pezzo che mi piace un sacco cantare e che fa cantare il pubblico insieme a me (e qui riscoppia a ridere, ndi)”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tra le tante rivoluzioni che “Gemstones” ha portato nella musica di Adam c’è anche la scoperta di una coscienza politica e sociale:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“In realtà non è proprio così, non ho mai scritto canzoni politiche, neanche Choke on a Cock lo è. Certo, ci sono un paio di versi che parlano del Presidente Bush, ma il pezzo in realtà parla più dei media in generale. Mi occupo di politica solo nel senso che anche io ho votato, ed ho votato per ‘l’altro tipo’, però il mio impegno finisce lì. Io canto dei miei amici, della mia famiglia ed in un certo senso anche questa è politica. Mi interessa sapere quello che succede nel mondo, ma mi interessa di più parlare delle relazioni interpersonali, delle cose che possono accadere all’interno di un rapporto. Penso che tenere sott’occhio quel ‘piccolo governo’ che sono le nostre vite, sia importante quanto interessarsi a quello che combina il vero governo. Io ho votato, leggo i giornali, m’informo, però penso che la musica debba essere considerata solo per quello che è: musica. E non politica. Io ho letto un libro di Noam Chomsky e l’ho trovato veramente interessante, ma allo stesso tempo non penso sia altrettanto interessante andare ad un concerto e sentire lo stesso libro di Noam Chonsky saccheggiato nei discorsi dei musicisti. Certo, ho apprezzato e sono stato molto contento di quello che Bright Eyes e gli altri hanno fatto con il ‘Vote for Change’, è sicuramente stata una buona iniziativa, tuttavia, non so… io non c’entro niente con questa e gente e sono contento così. Ovviamente lo dico solo perché non mi hanno chiamato.&lt;br /&gt;A parte gli scherzi, il mio problema è che non dimentico il passato e non riesco a dimenticare il disco che Springsteen ha fatto un paio di anni fa, le cose che diceva nei testi e le teorie che sosteneva. In ogni modo, sono contento che chi ha tanti soldi da spendere decida di tirarli fuori per quella che comunque era una buona causa”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Eccolo qui, il nome del momento: Conor Oberst aka Bright Eyes.&lt;br /&gt;Con due singoli è riuscito a conquistare la vetta delle classifiche, e come Devendra Banhart sta facendo parlare di sé ovunque. Sembra quasi che suonare canzoni folk accompagnati solo dalla chitarra sia la cosa giusta da fare ora, per ottenere un po’ di visibilità:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Ho fatto un po’ di concerti con questa gente qua, e sono contento per loro. Devendra poi, è uno dei miei più cari amici, non il migliore, ma quasi, e sono fiero che la gente si stia accorgendo ora di lui. E’ una buona cosa. Quello che mi fa un po’ incazzare, però, è che a New York ci sono un sacco di nuovi songwriter di talento, ma non sento parlare di loro da nessuna parte e la gente non l’ignora. Non leggo i loro nomi sui giornali, non li sento in radio e non capisco proprio perché. Parlo di gente come Turner Cody, Ish Marquez, Dianne Cluck…Tommy Eisner. Questa gente ha fatto i più bei dischi che ho sentito negli ultimi tempi, ma nessuno sembra essersene accorto. Ci deve essere qualcosa di oscuro che decide chi debba meritare visibilità e chi no. Comunque quello che sta succedendo ora nella pop music è semplicemente incredibile.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Incredibile come erano incredibili i Moldy Peaches, il duo formato da Adam e Kimya Dawson, che nel giro di un estate riuscì a catturare e stupire il pubblico dei più grandi festival rock, ed allo stesso tempo contribuì a creare un hype mai visto per due ragazzi con la chitarra come erano loro due. Sarà stato forse colpa degli strani vestiti che amavano indossare sul palco?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Guarda, questa storia dei vestiti mi ha rotto le palle (ride). Ovunque si parla solo del mio costume di Robin Hood e questo è veramente ingiusto. Io non avevo solo il vestito da Robin Hood, ma ben dieci maschere che indossavo con regolarità, ma niente, per la gente sembra contare solo quel cavolo di Robin. Ti giuro che avevo dei costumi altrettanto belli: c’era quello da Graham Parson, quello da Ozzy Osbourne, comandante dei Marines, marinaio…ne avevo anche uno da Bootsy Collins! La cosa bella è che, a differenza di quanto credono tutti, quelli non erano abiti di scena che io e Kimya mettevamo per salire sul palco, no. Noi andavamo in giro proprio vestiti così!&lt;br /&gt;Ho ascoltato ‘Hidden Vagenda’ (l’ultimo disco di Kimya Dawson, appunto) e secondo me è veramente un gran bell’album. Lei merita molto di più del successo e dell’attenzione che ha. E’ bravissima. Tornando al discorso di prima, credo che non indosserò più cose del genere. Quel periodo è finito. E’ il passato.”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il presente (e anche il futuro) è interamente occupato da “Gemstones” e da un tour che lo porterà in giro per il mondo:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Ti sembrerà strano, ma in Europa c’è molto più pubblico e molta più interesse per questo tipo di musica che negli States. Almeno, questo è quello che ho potuto notare io. Che poi, quando uno fa un concerto è sempre convinto che siano il pubblico ed i musicisti a fare la differenza. Ma non è così. Amico, quello che conta davvero è ‘la stanza’. Il posto dove stai suonando. E’ lei che decide come vanno le cose e quello che deve accadere. E’ sempre e solo ‘la stanza’, e tu che stai sul palco devi lottare per far sì che ‘la stanza’ ti venga dietro e ti stia a sentire. Ogni sera è una lotta. Una lotta contro gli spifferi, i problemi tecnici e la gente che chiacchiera mentre si beve la birra.&lt;br /&gt;Ok, smetto di dire cazzate. Però è vero che è molto meglio venire a suonare da voi che negli Stati Uniti. In Francia, in Spagna, ovviamente in Inghilterra, e poi c’è la Germania”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Già, la Germania.&lt;br /&gt; In questo momento Adam Green gode di una popolarità spaventosa nella terra dei crucchi. Viene invitato a cantare negli show del sabato sera, è in copertina (contemporaneamente) di tutti i magazine musicali locali, i biglietti per vederlo dal vivo vanno comprati con mesi d’anticipo.&lt;br /&gt;Ha anche pubblicato un libro di racconti e poesie. Forse verrà tradotto anche in inglese. Forse.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come si diceva all’inizio:&lt;br /&gt;“…più famoso dei Rolling Stones”, o per lo meno di Jessica Simpson.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/12379006-111426825729714829?l=indie-ssolvenza.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/111426825729714829'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/111426825729714829'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://indie-ssolvenza.blogspot.com/2005/04/adam-green-american-idol.html' title='Adam Green – American Idol'/><author><name>colas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01770508510427584088</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-12379006.post-111426717659885201</id><published>2005-04-23T07:37:00.000-07:00</published><updated>2005-04-23T07:39:36.600-07:00</updated><title type='text'>prova</title><content type='html'>uuuuu&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/12379006-111426717659885201?l=indie-ssolvenza.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/111426717659885201'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/12379006/posts/default/111426717659885201'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://indie-ssolvenza.blogspot.com/2005/04/prova.html' title='prova'/><author><name>colas</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01770508510427584088</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author></entry></feed>
